[L'analisi] C’era una volta l’inflazione

Dobbiamo provare un fenomeno per capirlo veramente. Dobbiamo viverlo sulla nostra pelle.

I genitori possono cercare di spiegare ai propri figli quanto sia doloroso cadere o toccare una superfice calda ma solo una volta che il corpo proverà dolore e il dolore verrà trasmesso al cervello la lezione sarà veramente immagazzinata. Per questo motivo è importante lasciar liberi i bambini, nei limiti del caso, di fare esperienza dell’ambiente che li circonda e delle dinamiche che lo governano. L’assenza di esperienze formative è molto pericolosa perché porterebbe ad un eccesso di confidenza in assenza di paura: la paura di provare dolore.

Le neuroscienze hanno recentemente spiegato in termini scientifici quello che intuitivamente le generazioni passate sapevano. La psicologia è riuscita a formalizzare la teoria ma solo la branca delle neuroscienze denominata neuroscienza cognitiva ha provato scientificamente che il cervello non riesce a capire come funziona il mondo solo con l’informazione, sia essa visiva o di altro tipo.

Per capire il mondo il cervello deve averne esperienza.

La neuroscienza cognitiva, sviluppatasi a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, è recentemente oggetto di attenzione anche da parte di Wall Street. Per le loro caratteristiche probabilistiche e di sistemi complessi determinati dalle decisioni indipendenti di milioni di individui i mercati globali non saranno mai completamente dominati dalla matematica.

Fondi di investimento e banche d’affari utilizzano sempre di più le neuroscienze nella speranza di aggiungere strumenti utili al bagaglio necessario per decodificare l’andamento dei prezzi.

I trader di vecchio corso sapevano intuitivamente che per imparare a muoversi nei mercati era necessario iniziare presto e perdere denaro quando se ne ha poco da perdere. Perché solo la perdita del proprio denaro lascerà l “imprinting” nella corteccia celebrale necessario a gestire il rapporto tra rischio e rendimento in futuro.

Imprinting necessario a non sottovalutare il rischio ed evitare pericolosi eccessi di confidenza che possono portare a perdite rovinose. Cosi come il bambino si ricorda che la superficie del forno è calda e non va toccata, il cervello del trader ricorderà le circostanze che l’hanno portato a perdere capitali.

Uno dei principali temi nel mondo degli affari e degli investimenti è quello di evitare gli eccessi di confidenza e le relative perdite, spesso però dobbiamo muoverci senza aver avuto esperienza diretta di un fenomeno. È questo il caso nei macro cicli economici (che durano decenni) e dell’inflazione. O meglio della sua assenza.

In economia l’inflazione viene comunemente definita come l’aumento generalizzato dei prezzi. L’aumento dell’inflazione a parità di altri fattori, in particolar modo i salari, genera una diminuzione del potere d’acquisto per i risparmiatori. Diventiamo, a tutti gli effetti, più poveri.

Nel mondo occidentale l’ultima volta che l’inflazione fu un nemico da combattere fu nel decennio 1970-1980. In particolare durante gli choc petroliferi del 1973-74 e nel periodo della guerra tra Iran e Iraq 1979-80. All’inizio degli anni ’80 l’inflazione a due cifre, intorno al 15% negli Stati Uniti e 25% in Italia, influenzò in maniera determinante l’operato della classe politica e dei banchieri centrali di allora. Paul Volcker, Chairman della Federal Reserve, alzò i tassi dal 10.25% al 20% nel marzo del 1980 nel coraggioso tentativo di contenimento dell’inflazione dichiarata nemico pubblico numero 1 del sistema economico. Nello stesso periodo le obbligazioni decennali del Tesoro Americano persero metà del loro valore reale, al netto dell’inflazione.

Coloro che vissero attraverso questo periodo di mercato consideravano con grande scetticismo gli investimenti obbligazionari. Avevano esperienza di un evento che le generazioni successive non riusciranno a comprendere a pieno. Una differenza abissale con l’allocazione media tipica di oggi composta da 60% obbligazionario e 30% azionario frutto di quarant’anni di tassi in discesa.

La teoria spiega che le grandi guerre tendono ad accadere con una cadenza di 20-40 anni perché questo è il lasso di tempo necessario ad avere una nuova generazione di elettori, politici e militari che non portano le cicatrici della guerra precedente.

Lo stesso fenomeno emerge dallo studio dei cicli economici.

Esattamente 20 anni sono passati dagli eccessi speculativi della bolla dot-com di inizio duemila in cui il trading online coinvolgeva un ampio numero di risparmiatori senza cognizione di causa ed esperienza sul campo ed oggi vediamo il copione ripetersi con le FANG stocks: i titoli delle mega-cap americane che stanno trascinando al rialzo gli indici e alimentano manie speculative da parte di una nuova generazione di risparmiatori e novelli trader costretti a casa dal Covid.

Allo stesso modo sono passati esattamente 40 anni dall’ultima volta che lo spettro dell’inflazione aleggiava nei sistemi economici dei paesi sviluppati. Una nuova classe di politici e di banchieri centrali sembra agire con grande determinazione nel tentativo di accontentare le borse adottando logiche di breve periodo.

È però lecito chiedersi se sia possibile che un mondo a tassi zero e politiche fiscali espansive non sia il risultato di una mancanza di conoscenza di una realtà completamente diversa.

Un mondo di cui nessuno al giorno d’oggi ha esperienza. 

 

Renato Viero, CFA

RV Capital Partners

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