Scenari Covid, cambiano i consumi: affonda la moda e l'effetto bunker fa volare il sistema casa

Più smart working e meno spostamenti per Confimprese-EY acquisti gennaio-agosto precipitati nel Nordest del 37,7 per cento, ma la propensione a spendere rimane elevata e a Nordest privilegia i beni durevoli in grado di assicurare una vita domestica confortevole e hi tech

«A giugno e luglio erano arrivati segnali di una ripresa, che tuttavia va perdendo vigore nelle ultime settimane. Ci aspettiamo una fine di 2020 difficile». Roberto Bottoli, coordinatore Sistema Moda di Confindustria Veneto e titolare del Lanificio Bottoli, conferma il grido d'allarme arrivato da diversi operatori del Triveneto negli ultimi tempi.

A pesare non è solo la recessione che svuota i portafogli dei consumatori, ma anche il ricorso prolungato allo smart working da parte di molte aziende che toglie la necessità di ammodernare a fondo il proprio guardaroba, dato che buona parte del lavoro viene svolta da casa e che, comunque, gli incontri di business si sono ridotti all'osso.

Le difficoltà riguardano tutta la Penisola, senza accenti particolari nel Triveneto. Ad agosto l'Indicatore Consumi di Confcommercio (Icc), elaborato dall'Ufficio Studi Confcommercio, ha segnalato un incremento tendenziale dell'8,6% in quantità per il segmento abbigliamento e calzature, ma il rimbalzo è stato fortemente condizionato dall'avvio ritardato dei saldi rispetto agli anni passati.

Su base trimestrale abiti e scarpe incassano un -45% nel secondo trimestre rispetto all'aprile-giugno 2019 e dopo il -15% del primo trimestre 2020. Il report sulla congiuntura di Confcommercio segnala che si va invece riequilibrando la situazione alla voce "mobili, tessili e arredamento per la casa", che registra un +0,3% dei consumi ad agosto, mentre il periodo aprile-giugno termina con un -34% in quantità.

La categoria più penalizzata è quella degli alberghi e ristorazione: -29,6% ad agosto e -66% nel secondo trimestre.Uno scenario complicato, dunque, per le aziende del settore, che in ogni caso conservano fondamentali robusti. «Il comparto moda e abbigliamento ha già affrontato altre stagioni di crisi nel passato e questo ha prodotto una selezione dal lato dell'offerta», spiega Bottoli.

«Così le aziende rimaste sul mercato sono quelle che hanno saputo dotarsi di spalle sufficientemente robuste. Quando arriverà la ripresa, il territorio sarà il primo a ripartire». L'incognita è proprio il quando, perché in caso di crisi prolungata anche realtà strutturalmente solide potrebbero finire in crisi. Nel solo Veneto il settore del tessile-moda-accessorio è costituito da 8.520 imprese (pari al 10,8% del comparto italiano) con un fatturato che pesa, a livello nazionale, per il 20,5%.

Le aree più importanti sono il distretto calzaturiero della Riviera del Brenta, quello dello sport system di Montebelluna, il cluster dell'occhialeria, la cui massima concentrazione è in provincia di Belluno e quello dell'abbigliamento, diviso soprattutto tra Vicenza e Treviso.

Proprio l'eccezionalità del momento ha spinto i protagonisti del mercato a trovare dopo tanto tempo a ritrovare l'unità: da Confindustria Moda ad Anfao (occhialeria) da Assocalzaturifici ad Assopellettieri, dal Sistema moda Italia (Smi) all'Unione dell'industria conciaria (Unic) passando per le sigle sindacali di categoria Femca Cisl, Uiltec e Filctem Cgil, le diverse sigle datoriali e sindacali hanno inviato una lettera congiunta al Governo per chiedere misure forti.

In particolare una riduzione del cuneo fiscale, nonché l'estensione degli ammortizzatori sociali (dalla Cig allo stop ai licenziamenti) fino a tutto il 2021 per «salvaguardare il patrimonio di professionalità faticosamente costruito negli anni e indispensabile per il rilancio futuro del settore», si legge nel documento.

Il comparto deve inoltre fare i conti con i cambiamenti strutturali in atto, a cominciare dal decollo del commercio elettronico. «Non credo che l'e-commerce costituisca una grande opportunità per il nostro territorio, caratterizzato da aziende focalizzate soprattutto sulle produzioni di qualità, poco impattate dalle vendite online», commenta Bottoli.

Cdp ha realizzato uno studio con EY e Luiss sulle conseguenze del Covid 19 sul settore, che segnala, oltre a un crollo della produzione e ai danni prodotti dal lockdown sui canali commerciali, anche le ricadute negative dovute alla drastica riduzione dei flussi turistici avrà sullo shopping, in particolare di beni di lusso. Il giro di affari attribuibile al travel retail era quasi raddoppiato nel corso dell'ultimo decennio, sottolineano gli esperti, mentre negli ultimi mesi si è assistito a un brusco ridimensionamento.

Complessivamente si stima che quest'anno la crisi dovuta alla pandemia determinerà una riduzione del fatturato nell'ordine del 26,9% nello scenario base e del 34,8% in quello grave. La marginalità percentuale è prevista ridursi a livelli più bassi della media per le aziende con un fatturato inferiore a 10 milioni di euro. L'auspicio è che la recessione in atto sia di durata limitata, altrimenti anche l'occupazione è destinata a soffrire pesantemente.

Più smart working meno spostamenti le nuove abitudini frenano i consumi

Costituiscono l'anello più debole del ciclo economico, quello che ritarda i tentativi di normalizzazione dopo il brusco stop imposto dal lockdown in primavera. I consumi stentano a ripartire, tra i timori di contagio che frenano le uscite di casa e la recessione che suggerisce prudenza sul fronte della spesa. Anche se non manca qualche elemento per sperare in un cambio di rotta.

Nel corso del mese di agosto, segnala l'ultimo studio di Terna, i consumi di energia elettrica nel Nordest sono cresciuti dello 0,9% rispetto allo stesso mese del 2019, mentre la media nazionale nel medesimo arco di tempo ha segnato un -0,9%.

Lo studio non offre uno spaccato per capire se la piccola ripresa è stata trainata dal solo settore industriale o anche da abitazioni e commercio, ma il ritorno al segno più offre uno spiraglio di luce.Secondo un'analisi realizzata in esclusiva per questo giornale dall'Osservatorio Confimprese-EY relativo ai settori ristorazione, abbigliamento/accessori e non food, tra gennaio e agosto i consumi a livello nazionale sono crollati del 38% rispetto allo stesso periodo del 2019, con il Triveneto a -37,7%, dato zavorrato dal -39,1% del Veneto, mentre hanno fatto leggermente meglio Friuli-Venezia Giulia (-34,7%) e Trentino Alto-Adige (-35,1%).

Le differenze sono più marcate a livello provinciale, con i territori tradizionalmente più legati al turismo internazionale come Padova e Venezia che soffrono più di tutti. A livello merceologico, male soprattutto il comparto moda/accessori, nonostante la tenuta di agosto, che gli analisti però leggono soprattutto alla luce dell'avvio dei saldi estivi.Intanto da Confcommercio arrivano segnali di tenuta degli indici di fiducia dei consumatori che fanno ben sperare, anche se a fronte di un calo nell'apertura di nuove attività che non si è ancora arrestato.

Più di tutti soffrono i settori legati ai consumi fuori casa. «È il caso soprattutto dell'alimentare, dove a fronte di una tenuta negli acquisti al supermarket, si registra un forte calo per quel che concerne la ristorazione», spiega Raffaele Boscaini, coordinatore del settore agroindustria di Confindustria Veneto e patron di Masi Agricola. «La situazione è difficile soprattutto nei grandi centri a vocazione turistica, mentre reggono le mete minori e la provincia».

La situazione resta difficile anche per quel che concerne il futuro prossimo. «Lo smartworking sta modificando i comportamenti», aggiunge Boscaini. «Con il tasso di contagi che resta sostenuto, molte aziende continueranno a privilegiare il lavoro agile e questo costituisce un ostacolo alla ripresa dei consumi fuori casa». Insomma, si frequentano meno bar, mense e ristoranti in pausa pranzo e spesso si risparmia anche sull'abbigliamento, in assenza o carenza di incontri di business.

Findomestic: "effetto bunker" premiate le spese per la casa

Cresce la propensione al consumo nel Nordest ma l'effetto bunker legato alla pandemia è più forte qui che altrove nel Paese. A dirlo sono i dati mensili dell'Osservatorio dei Consumi di Findomestic, la società del gruppo Bnp Paribas tra i protagonisti nel settore del credito al consumo.

Anche se già da luglio l'indicatore della paura del contagio è tornato in crescita tra i cittadini del Nordest (dopo il 20% di giugno, a luglio e agosto il numero di chi si diceva "molto preoccupato" è tornato a salire a un ritmo costante) la propensione alla spesa, che si riduceva al crescere di questo indicatore, continua a rimanere sostenuta anche a prescindere dalla situazione sanitaria.

Ad agosto, rispetto a luglio, l'aumento della propensione all'acquisto di beni durevoli da parte degli italiani era a +18,7%, nel Nordest addirittura +27%. «Di fatto gli abitanti del Nordest» spiega il responsabile dell'Osservatorio di Findomestic Claudio Bardazzi «sembrano avere accettato questo new-normal fatto di convivenza con il virus più ancora dei cittadini del resto del Paese. Lo dimostra la discrepanza addirittura crescente tra l'indice di preoccupazione per la salute propria e dei propri cari e quello della fiducia come consumatori. E tuttavia il Covid sembra aver modificato di molto alcuni atteggiamenti sopratutto dei cittadini del Triveneto».

Bene sono andati in Italia, ed ancora meglio a Nordest, i consumi di beni durevoli legati alla casa e alle tecnologie: dopo una flessione significativa ma non drammatica nei mesi del lockdown, dove gli acquisti on line hanno ridotto la contrazione pesantissima di altre tipologie di beni durevoli (come gli autoveicoli), i mobili e le ristrutturazioni hanno visto un incremento del +26% a Nordest contro il +18,3% della media nazionale.

Anche la telefonia ha visto un incremento più spiccato nel Triveneto con una crescita della propensione all'acquisto del +27,4% contro il +17,1% del resto del Paese. Un capitolo a parte merita invece il segmento dell'Information Technology (Pc tablet, stampanti ecc) .

Sia in Italia che a Nordest questo segmento non ha visto nessuna contrazione neppure nel periodo più buio della crisi tra marzo e aprile 2020 ed ora la voglia di comprare registra un altro balzo in avanti, + 89% nel Triveneto contro il +45% dell'Italia. E se gli indicatori complessivi relativi ai beni durevoli sono positivi rimane ancora in flessione, per lo meno ad agosto, il segmento degli autoveicoli: qui le flessioni sono state prossime all'azzeramento del mercato, con mesi come aprile in cui nelle province venete il numero delle auto vendute (complice anche la chiusura effettiva degli autosaloni) si contava sull'ordine delle decine.

Pure in ripresa neppure giugno e luglio hanno visto un ritorno ai livelli pre Covid. Solo gli incentivi green introdotti dal Governo hanno potuto dare una spinta al settore che in Italia, ad agosto, ha visto una crescita della propensione all'acquisto del +11,7% per le auto nuove e un + 12% per quelle usate. A Nordest tuttavia si registra in questo senso una piena controtendenza: -13,6% per i veicoli nuovi e -18,7% per quelli usati.

«Questo specifico dato ci permette di leggere un fenomeno che nel Nordest è più evidente che altrove in Italia» conclude Bardazzi. «L'effetto bunker. In un Triveneto che è stato colpito duramente dalla prima ondata di Covid 19 il ricordo dei lunghi mesi di clausura in casa è molto forte e si tende a scegliere di acquistare beni durevoli in grado di assicurare una vita domestica più confortevole e tecnologicamente avanzata, posticipandone altri». --

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