Cerved: in Fvg mille aziende rischiano di sparire causa la pandemia

L’impatto sull’economia se la ripresa si allontanasse nel tempo: l’evoluzione della crisi in tre distinti scenari

TRIESTE Un migliaio di aziende del Friuli Venezia Giulia e poco meno di 65 mila a livello nazionale rischia di chiudere i battenti a causa della crisi scatenata dalla pandemia di Covid 19. A rivelarlo è una ricerca realizzata in esclusiva dal Cerved, che ha esaminato l’andamento dell’economia negli ultimi mesi e delineato le prospettive per i mesi a venire. Secondo l’analisi, le imprese italiane a rischio sopravvivenza passeranno dalle 76 mila rilevate nel pre-Covid a poco più di 113 mila se la ripresa sarà rapida e a oltre 145 mila in caso di recessione prolungata.

«A oggi le probabilità maggiori sono di un numero finale a metà strada tra i due estremi, ma se le restrizioni agli spostamenti e il clima di generale sfiducia dovessero durare ancora un paio di mesi, è probabile che si concretizzino le prospettive peggiori», racconta l’ad Andrea Mignanelli. Nello scenario base, la recessione indotta dalla pandemia potrebbe portare al fallimento di 498 imprese in regione, pari al 3,8%. Se invece la ripresa si allontanasse nel tempo, a forte rischio sarebbero 998 realtà, vale a dire il 7,6%. In entrambe le simulazioni, l’impatto sul territorio sarebbe comunque meno violento rispetto alla media nazionale, che vede a rischio default il 5,1% di imprese nello scenario base e il 9,6% in quello peggiore. Mentre lo scenario regionale appare simile a quello del Veneto, con le due ipotesi che vedono a rischio rispettivamente il 3,9% e il 7,5% delle attività economiche.

A livello di settori, invece, quelli più colpiti sono il sistema moda e i trasporti, entrambi con oltre il 19% delle imprese che rischiano seriamente di chiudere i battenti. Seguono il sistema casa, le costruzioni e il comparto dei metalli, mentre la pandemia non dovrebbe produrre effetti economici rilevanti sull’agricoltura e sui servizi finanziari. Questo a bocce ferme perché poi molto dipenderà dal comportamento degli istituti di credito. Finora sono stati tendenzialmente accomodanti con le aziende in temporanea difficoltà, grazie allo scudo delle moratorie statali sui prestiti in scadenza, ma quest’ultimo è inevitabilmente un intervento straordinario per cui occorrerà capire cosa accadrà dopo.

Kpmg stima che, interrompendo un trend di riduzione che durava da ormai cinque anni, la crisi in atto produrrà nuovi crediti deteriorati per le banche italiane tra 50 e 100 miliardi di euro che andranno ad appesantire i bilanci e inevitabilmente porteranno a una maggiore prudenza sul fronte del credito. E le prospettive rischiano di peggiorare ulteriormente se non vi sarà una revisione della normativa europea, che dal 1° gennaio allargherà la platea di crediti definibili in default, con soglie più basse per i tempi di pagamento e una diversa modalità di calcolo dei giorni di scaduto.

Se le banche prestano meno denari, alle imprese (soprattutto le Pmi, che possono contare su una minore diversificazione delle fonti di finanziamento) manca la liquidità non solo per gli investimenti, ma anche per l’ordinaria amministrazione. Questo le rende sempre più fragili e genera disoccupazione, che a sua volta comporta nuovi costi per lo Stato in termini di welfare. Insomma un circolo vizioso, dal quale diventa difficile uscire. L’unica speranza, a questo punto, è che la crisi non sia troppo lunga, complice il prossimo arrivo del vaccino. —

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