Il ministro Manfredi: «Futuro sostenibile del turismo e di Venezia, cruciale il master in Hospitality a Ca’ Foscari»

Gaetano Manfredi è stato designato ministro dell'Università e della ricerca del governo Conte bis il 28 dicembre 2019

«Competenze e conoscenza sono l’asset fondamentale per la crescita economica. L’accesso digitale ha reso gli atenei più inclusivi»

VENEZIA Gode di un “endorser” di eccezione il master in Hospitality che Ca’ Foscari vorrebbe attivare dal prossimo anno accademico. Si tratta del Ministro dell’Università e della ricerca Gaetano Manfredi, fino a pochi mesi fa rettore della Federico II di Napoli. Potrebbe essere questo uno dei filoni dell’università di domani che, preparandosi a un nuovo anno di transizione, si appresta ad affrontare la sfida del futuro “post pandemia”: con la possibilità di riprendere dal punto in cui ci si era lasciati, o di ripartire, mettendo a frutto i cambiamenti virtuosi e indotti dalla contingenza di questi mesi, adattandoli alla prossima, nuova fase collettiva. Integrandosi e rendendosi motore del cambiamento, anche oltre i confini dell’ateneo.

Ministro, da rettore della Federico II, attivò il corso in Hospitality management, riscuotendo grande successo. Cosa pensa delle lauree professionalizzanti?

«Le ritengo uno strumento molto importante per completare l’offerta formativa degli atenei, soprattutto nei settori in cui la combinazione tra formazione teorica e formazione “on the job” è un valore aggiunto. È evidente per turismo e hospitality, ma anche per i settori tecnologici, per l’agraria. Ambiti che necessitano di professionalità di alto livello per un salto di qualità. Offerte simili sono un aiuto per il Paese».

Parlando di “hospitality” e di Venezia, come possono integrarsi l’una con l’altra e aiutarsi?

«Parlo per l’esperienza maturata a Napoli, dove abbiamo sviluppato l’idea di nuova dimensione del turismo, di tipo esperienziale. Che non è solo accoglienza, ma anche cultura, enogastronomia. E Venezia, tra le mete turistiche più importanti al mondo, rappresenta un luogo in cui questo si può mettere in pratica, dove la formazione si può fare sul campo».

Potrebbe essere l’avvio di un circolo virtuoso? Alzare l’asticella dell’offerta e, di conseguenza, della domanda?

«Sicuramente. Bisogna andare verso un turismo di qualità, perché significa maggiore redditività per gli operatori, minore impatto su città e beni culturali, spesso soffocati dal numero eccessivo di turisti. Per alzare il livello servono investimenti, ma anche migliori professionalità. Il salto di qualità è necessario, a beneficio dell’intera filiera, in tutte le nostre città. Estremamente attrattive, ma che spesso soffrono di un turismo di livello, per così dire, non alto».

Come stanno reagendo le università alla sfida della pandemia?

«Complessivamente molto bene e in modo uniforme. Il numero di esami e di laureati è in linea con l’anno scorso, a volte persino maggiore. E questo da nord a sud, anche nelle università più piccole. Per quest’anno abbiamo registrato un incremento delle iscrizioni. Tutto il sistema ha reagito bene, dimostrandosi molto solido».

Come spiega il picco di iscrizioni?

«La pandemia ha radicato nelle famiglie la consapevolezza che l’investimento nelle competenze sia un investimento da fare. Stiamo affrontando la pandemia con vaccini fortemente innovativi, frutto di una ricerca di frontiera. Ci fa capire quanto siano importanti conoscenza, competenze e studio per affrontare il futuro. Penso poi sia stato determinante l’intervento del Governo sul diritto allo studio, aumentando la “no tax area” e il numero di borse. Sostenere gli studenti di famiglie con reddito basso aiuta all’accesso all’università».

La spiegazione non può risiedere nel fatto che gli esami on-line siano considerati più semplici?

«Non credo, conosco bene il rigore dei miei colleghi accademici. C’è stata la possibilità di raggiungere i giovani che prima non potevano seguire le lezioni; l’accesso digitale ha portato a un’università più inclusiva. È un insegnamento di cui gli atenei devono fare tesoro, valutando come metterlo a sistema».

Gli interventi per rendere più accessibile l’università sono anche nel programma futuro?

«Sì, nella finanziaria abbiamo consolidato queste misure, che saranno permanenti. Obiettivo del Governo è di ampliarle ulteriormente. L’accesso alla formazione è fondamentale per la crescita del Paese».

Qual è il ruolo dell’università nel rilancio post pandemia?

«Un ruolo molto importante. Competenze e conoscenza sono l’asset fondamentale per la crescita economica; e l’investimento nel capitale umano e nella ricerca è determinante. In tutto il mondo, università e centri di ricerca stanno assumendo ruoli chiave, per rendere il Paese competitivo, soprattutto nei settori che richiedono competenze e tecnologie più avanzate».

Parlava di capitale umano, quanto alle risorse economiche?

«Negli ultimi provvedimenti di Governo, abbiamo inserito investimenti significativi per Università e ricerca. Ora abbiamo davanti a noi la sfida del Recovery fund e della ripartenza. Pur non potendo ancora fare una quantificazione, mi attendo investimenti significativi in questi settori, perché possano drenare la ripartenza e la crescita economica dell’Italia, che oggi ha bisogno di più competenza, tecnologia e competitività».

Come sarà, concretamente, l’università post pandemia?

«L’obiettivo è di tornare al più presto alla didattica in presenza. Ma l’esperienza legata alla didattica mista e all’utilizzo delle tecnologie digitali è stata a sua volta positiva. Ogni ateneo dovrà prendere il meglio dal recente passato, per raggiungere una fascia di giovani che non riescono a garantire una presenza continua e fare lezioni più interattive. Gli studenti di oggi sono nativi digitali, abituati a interagire con la tecnologia anche nell’apprendimento».

Non c’è il rischio di creare facoltà di serie A e di serie B?

«No, è un cambiamento fisiologico. L’Università di Bologna ha oltre nove secoli di storia. Ha attraversato cambiamenti enormi, riuscendo a integrare nuove scoperte e nuove abitudini sociali. Anche questa è una grande fase di transizione, che rafforzerà l’università». —