Quando Draghi insegnava a Ca' Foscari, il ricordo di Carraro: «Era il vento americano che portava le vere novità all'Università»

Carlo Carraro

Carlo Carraro, rettore emerito dell'Ateneo, attuale direttore scientifico di Fondazione Nordest, fu il primo studente universitario a sostenere l’esame con il futuro presidente della Bce e prossimo presidente del Consiglio

VENEZIA. Verso la fine degli anni 70, Mario Draghi è docente di “Economa e Matematica” all’università Ca’ Foscari di Venezia. Il primo studente a sostenere il suo esame è Carlo Carraro che dello stesso ateneo diventerà poi rettore, tra il 2009 e il 2014, al culmine di una prolifica carriera accademica in ambito internazionale. Vicepresidente di uno dei gruppi di lavoro dell’Ipcc (panel intergovernativo sul clima che nel 2007 ha ricevuto il Nobel per la pace), professore di Economia Ambientale, Carraro oltre ad aver ricoperto per vent’anni il ruolo di direttore scientifico della Fondazione Eni “Enrico Mattei”, è anche il punto di riferimento nei progetti di alta formazione di H-Farm Campus a Roncade.

Cosa ricorda del corso con Draghi a Venezia?

«Era l’anno accademico ‘78/’79: Draghi aveva appena completato il suo dottorato al Mit di Boston ed era al suo primo anno di insegnamento. Eravamo solo 4 studenti (gli altri erano Michele Boldrin, Emanuela Cardia e Giulio Codognato, ndr) si trattava di un corso non obbligatorio seguito dai più appassionati: fui il primo a fare l’esame con lui, nella sessione di luglio».

Com’era il “giovane” prof Draghi?

«Ho un ricordo molto positivo. Arrivò in contemporanea con Francesco Giavazzi, che aveva completato il dottorato al Mit nello stesso anno, entrambi spiegavano teorie economiche che non si usava insegnare nelle università italiane. In Italia eravamo ancorati alle teorie keynesiane, a un’economia descrittiva, mentre loro lavoravano molto con strumenti e modelli matematici: per noi era il vento nuovo dell’America che soffiava finalmente sulla polvere di un’università un po’ ammuffita com’era Ca’ Foscari all’epoca. Era quindi positivo come contenuti e anche come stile: Draghi era molto preciso, arrivava con appunti assai curati, ben scritti, insegnava con rapidità ed efficacia, era disponibile al confronto con gli studenti, sia lui che Giavazzi sono stati ottimi docenti».

Le vostre strade si sono incrociate nuovamente quando Ca’ Foscari, nell’ottobre 2012, durante il suo rettorato, gli assegnò il premio Luca Pacioli.

«L’idea era quella di individuare delle personalità che sapessero coniugare il rigore scientifico con l’impatto sociale. Cercavamo persone che avessero brillato sia dal punto di vista tecnico, con competenze rigorose, ma che allo stesso tempo, nella loro carriera, avessero utilizzato queste competenze al di fuori dal mondo dell’università e della ricerca, raggiungendo risultati concreti di natura economica, sociale e politica. Draghi ci sembrò impersonare queste caratteristiche al meglio».

Come reagì?

«Ha mantenuto ottimi rapporti con l’università e con la città, anche per ragioni personali (la moglie è padovana e Draghi trascorreva le vacanze a Stra, ndr). Fu molto gentile, c’erano in concomitanza le giornate del Fondo monetario internazionale e non poteva essere presente all’inaugurazione dell’anno accademico, registrò un video, che è ancora disponibile sul sito della Bce e che ci diede grande visibilità».

L’Italia ha ora l’uomo giusto al posto giusto?

«Certamente sì, Draghi ha capacità di visione e di creare consenso attorno alle sue politiche. Se arriva una persona come Draghi, però, significa che siamo in una situazione un po’ particolare, un’emergenza non solo economico-sanitaria ma anche politica. L’uomo giusto dovrebbe essere un’espressione del Parlamento, dei partiti e delle persone che gli italiani hanno scelto quando sono andati a votare. È evidente che qualcosa non ha funzionato».

Che cosa?

«C’è un problema di rappresentanza politica, è innegabile: in tutti i campi la qualità delle persone che abbiamo eletto in Parlamento, o che lavorano nell’ambito dei partiti, non è eccelsa, forse perché la politica da decenni non attrae più i talenti migliori, che preferiscono fare altro».

Lei recentemente ha sottolineato l’esigenza di un nuovo “Piano per l’Energia e il clima”: cosa c’è in gioco?

«Ora c’è in gioco molto di più rispetto a qualche mese fa: una parte rilevante dei fondi che l’Unione Europea ha messo a disposizione di tutti i paesi per la ricostruzione e la ripartenza dopo la pandemia, è vincolata a un piano per la transizione energetica e la trasformazione ecologica. Non ci approverebbero il piano nazionale per la ricostruzione se non ci fossero una adeguata attenzione e significativi investimenti infrastrutturali in questo settore».

Qualche esempio?

«Puntare sulla sostituzione dei combustibili fossili con energie rinnovabili, sul phase out totale del carbone dalla produzione di energia elettrica, trasformare la mobilità in senso sostenibile, migliorando il trasporto pubblico, pianificando diversamente le città. Le iniziative da fare nel campo delle energie riguardano anche i sistemi di accumulo e quelli per ridurre al massimo le emissioni di Co2. Lavorare sulla circolarità dell’economia e quindi sul riutilizzo delle risorse. Migliorare l’impatto di questi processi sulla salute: la pandemia ha nascosto molte di queste conseguenze negative, ma i morti da inquinamento, legati alla scadente qualità dell’aria nella pianura Padana, rimangono tantissimi e continueranno ad essere tali se non andiamo nella direzione giusta. La lista è davvero lunga».

E se per un ministero spuntasse il suo nome?

«I ministri di solito devono avere capacità non solo tecniche, ma anche di creazione del consenso, comunicazione, compromesso con le esigenze degli altri ministeri e con le politiche generali del governo. I professori universitari sono stati formati, hanno lavorato e hanno imparato a fare cose diverse. Diffido sempre un po’ di chi fa un lavoro che non è il suo».

Torniamo sulla formazione, come sta andando il progetto di H-Farm Education a Roncade?

«La parte scolastica molto bene, molti studenti arrivano da fuori regione, grazie anche all’apertura delle prime residenze all’interno del Campus, che offre la disponibilità di 270 posti letto. La formazione universitaria è in fase di avviamento, abbiamo attivato un corso in collaborazione di Ca’ Foscari e dobbiamo ora crescere stringendo ulteriori partnership».

C’è margine per costruire a Ca’ Tron la classe dirigente del futuro?

«Sarebbe molto bello. Si potrebbe configurare un modello simile a quello dei college liberals americani che si sono specializzati su questo. Sono piccoli campus dove si sono formate le classi dirigenti, sia economiche che politiche dell’America, noi nel nostro piccolo possiamo provare un’operazione simile, magari coinvolgendo ragazzi da tutta Italia, senza distinzioni di reddito, ma con selezioni soltanto di merito».

Un ultimo suggerimento al suo ex Prof?

«Mi sento di caldeggiare una delle proposte già emersa anche nelle consultazioni, cioè l’accorpamento tra ministero dell’Ambiente e ministero dello Sviluppo Economico, come è avvenuto in Francia. Se vogliamo davvero incidere e se puntiamo a innescare un nuovo modello di crescita per i prossimi anni, l’eventuale fusione darebbe un chiaro segnale, perché le vere leve decisionali su importanti temi ambientali di fatto sono in capo al ministero dello Sviluppo Economico».

Chi è Carlo Carraro

Rettore Emerito e Professore Ordinario di Economia Ambientale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia di cui è stato Rettore dal 2009 al 2014 e Direttore del Dipartimento di Economia dal 2005 al 2008. E’ stato anche il Presidente della European Association of Environmental and Resource Economists (EAERE) ed il Presidente della Green Growth Knowledge Platform, una iniziativa della Banca Mondiale, OECD e UNEP. Ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Princeton, negli Stati Uniti

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