[L'ANALISI] L'obiettivo è essere più centrali nelle reti di innovazione

Se c'è un limite da considerare è forse nella "eccessiva" vocazione manifatturiera attribuita alla nostra industria farmaceutica nelle catene globali del valore. In altri termini, siamo grandi produttori di principi attivi e di packaging farmaceutico ma non riusciamo a creare e brevettare nuovi farmaci che si affermano sui mercati internazionali

La pandemia ha spalancato una finestra sull'industria farmaceutica, mostrandoci una realtà complessa quanto essenziale per la salute e la qualità della vita di ogni cittadino. In questa industria si intrecciano molte questioni cruciali dell'economia moderna.

La prima è il ruolo fondamentale della conoscenza nella produzione. Cosa determina il valore economico di un farmaco? Abbiamo certo i costi delle materie prime e dei componenti in cui si materializza il principio attivo, poi il complesso processo di trasformazione che richiede impianti e tecnologie sofisticate, quindi il packaging e la logistica distributiva per raggiungere il consumatore.

Tuttavia il valore principale è dato dal contenuto di conoscenza creata attraverso ricerca di base e applicata, test di laboratorio, controlli clinici, valutazioni delle autorità sanitarie, farmacovigilanza. Un processo che per lo sviluppo di un nuovo farmaco può durare più di dieci anni, anche se nella corsa ai vaccini contro il Coronavirus abbiamo assistito a una straordinaria accelerazione.

Del resto, l'industria farmaceutica investe a livello mondiale quasi 200 miliardi di euro all'anno in ricerca e sviluppo. Nessun altro settore arriva a tanto. È così anche in Italia, dove gli investimenti in ricerca per addetto nell'industria farmaceutica sono 12 volte superiori alla media nazionale. La seconda questione è la difficoltà di tracciare un confine netto tra pubblico e privato.

La salute è per definizione un bene comune: la drammatica esperienza della pandemia ci ha fatto capire come condizioni e comportamenti di ogni cittadino abbiano un impatto collettivo, oltre a ricordarci quanto importante sia l'assistenza pubblica ospedaliera, la medicina di territorio, la responsabilità sociale.

Allo stesso tempo, abbiamo visto come la competizione nel mercato abbia creato incentivi per l'innovazione e capacità di organizzare complessi processi operativi e distributivi che la pianificazione statale avrebbe grandi difficoltà ad assicurare. Tuttavia, è anche vero che senza una collaborazione con le istituzioni pubbliche non sarebbe possibile lo sviluppo di questo settore.

Basti pensare alla ricerca di base nelle università, all'importanza del confronto nella comunità scientifica, all'istruzione del capitale umano, all'attività di regolazione, alla definizione e controllo di standard di sicurezza, alla condivisione dei rischi finanziari, alla domanda assicurata dalla sanità pubblica. In tale prospettiva l'industria farmaceutica ci aiuta ad andare oltre lo stereotipo di un mercato contrapposto allo Stato. In realtà, è solo dalla loro collaborazione, quanto più possibile trasparente, che può crescere un'industria così vitale per il benessere e lo sviluppo di ogni comunità.

Una terza importante questione che la farmaceutica solleva è il rapporto fra la dimensione locale, dove vivono i cittadini e opera la sovranità delle istituzioni, e quella globale, dove invece si sviluppano le catene di fornitura, i mercati e le reti di condivisione della conoscenza.

Per l'industria farmaceutica l'organizzazione multinazionale costituisce, di fatto, la regola. Vale anche in Italia, paese diventato leader in Europa nella produzione di farmaci grazie anche alla forte presenza di multinazionali straniere: il 60% del fatturato del settore è infatti prodotto in imprese a controllo estero, dove sono occupati 32 mila addetti e si investono 260 milioni in ricerca.

Ma è interessante notare che anche numerose imprese farmaceutiche italiane sono diventate multinazionali, occupando oltre frontiera più di 20mila addetti. Questa organizzazione globale è un punto di forza della farmaceutica italiana, che nell'ultimo decennio - non proprio fra i più dinamici della nostra storia economica - ha visto crescere il fatturato del 40% e l'export del 250 per cento!

Catene globali del valore

Se c'è un limite da considerare è forse nella "eccessiva" vocazione manifatturiera attribuita alla nostra industria farmaceutica nelle catene globali del valore. In altri termini, siamo grandi produttori di principi attivi e di packaging farmaceutico - grazie all'efficienza e alla qualità di imprese, lavoratori e reti di fornitura - ma non riusciamo a creare e brevettare nuovi farmaci che si affermano sui mercati internazionali.

Le ragioni risalgono alla storica debolezza delle politiche di tutela della proprietà industriale, ma anche alla difficoltà di far convergere investimenti pubblici e privati nello sviluppo di ecosistemi dell'innovazione. Nel nostro paese si trovano infatti importanti distretti industriali specializzati nella produzione di farmaci e attrezzature medicali, in particolare in Emilia Romagna, Toscana e Lazio, oltre che in Veneto.

Tuttavia l'unico polo di valore europeo nel campo della ricerca biomedica è Milano, che però non ha la magnitudo di Bio-tech Cluster come quello che si è sviluppato tra Cambridge e Oxford, oppure attorno a Francoforte, per non dire di Boston negli Stati Uniti.

Diventare protagonisti...

Possiamo, certo, accontentarci del posizionamento raggiunto. Tuttavia, la sfida non è solo aumentare la nostra quota di valore aggiunto nelle catene globali, ma diventare protagonisti della crescita che questa industria avrà nei prossimi anni. Come la storia dei vaccini sta mettendo in evidenza, per raggiungere questo obiettivo è necessario investire molto di più in ricerca di base e nelle attività di collegamento tra università e industria, entrambi punti di debolezza del nostro sistema di innovazione.

Il ritardo potrebbe tuttavia aiutarci ad anticipare le trasformazioni che anche questa industria sta attraversando, come gli sviluppi della genetica molecolare, dei farmaci personalizzati, dell'intelligenza artificiale applicata alla salute, fino alle sfide etiche e di sostenibilità della produzione. Ma il punto fondamentale è la capacità di acquisire maggiore centralità nelle reti globali di innovazione industriale e delle conoscenze scientifiche.

O restare ottimi fornitori...

Senza questa capacità - che richiede consapevolezza politica e culturale della classe dirigente - potremmo rimanere ottimi fornitori manifatturieri, ma sempre più dipendenti dalle decisioni prese nei poli europei e americani del Bio-tech, oltre ad essere incalzati, anche in questo settore, dalla concorrenza delle economie asiatiche.--

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