Palù: «Bisogna investire in ricerca di base E l’industria punti sui farmaci innovativi»

Il presidente dell’Aifa: «Il Nordest faccia un salto di qualità con progetti in grado di attrarre giovani, devono essere le università a guidarlo»

PADOVA - «L’Italia è il primo Paese produttore di farmaci dell’Unione europea. Ma questo primato è frutto per lo più della produzione di farmaci generici e del conto terzi. Sta qui il salto che deve fare il Paese e la nostra industria farmaceutica, ovvero puntare sui farmaci innovativi. Un percorso la cui strategicità è ancor più evidente alla luce di ciò che sta evidenziando la gestione di questa pandemia».

Il veneto Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), lo ripete come un mantra: «Bisogna sostenere e incrementare la ricerca di base».

Professore, la nostra industria farmaceutica deve puntare di più sui vaccini?

«Direi in generale sui farmaci innovativi. Certo, volgendo lo sguardo all’indietro bisogna considerare il successo delle procedure vaccinali dal 1797 in poi, ovvero da Jenner in avanti. La medicina ha dato, con lo sviluppo dei vaccini, uno dei mezzi più importanti per la sopravvivenza e per resistere alle malattie. E questo lo si misura con l’aumento dell’aspettativa di vita».

Non solo vaccini, però, diceva.

«Insieme alla chirurgia cardiovascolare, a quella endoscopica e alla diagnosi precoce le nuove prospettive di cura parlano di medicina personalizzata con monoclonali e farmaci biotech. Oggi siamo in grado di sequenziare il genoma umano nell’arco di due ore, nel passato erano necessari 4 anni. Qui c’è la sfida che dobbiamo cogliere».

A proposito di Covid-19 e vaccini, il via libera dato da Aifa ad Astrazeneca che scenario apre?

«Abbiamo un’ulteriore arma contro la pandemia e altre presto se ne aggiungeranno. È auspicabile un approccio integrato tra vaccini e terapie anti Covid-19 attualmente in uso e in sperimentazione con ottimi risultati come gli anticorpi monoclonali neutralizzanti».

Il vaccino italiano Reithera a che punto è? Rappresenta ancora un’opportunità?

«Siamo alla fase uno della sperimentazione, e sappiamo che sono necessari ancora alcuni mesi per arrivare alla fase tre e poi alla validazione. È un’opportunità? Si arriva tardi per la gestione di questa fase della pandemia. Reithera è una realtà nata con molta fatica e che poteva invece essere, guardando alla sua storia, un’unica grande azienda. Essersi confrontati con questo tipo di ricerca sarà comunque utile per il futuro. Abbiamo bisogno di creare attività di ricerca e di investimento che siano attrattive per i giovani. Se il Paese non investe in questo senso, quale futuro potrà avere?».

In ballo cosa c’è?

«Questa è solo una delle prime pandemie che vedremo perché dal mondo animale ne arriveranno altre. Per questo è importante una struttura di allerta e risposta alle emergenze epidemiche/pandemiche che preveda competenze multidisciplinari oltre alla nascita del Consorzio Italiano per la genotipizzazione e fenotipizzazione del virus Sars-CoV-2. Questa iniziativa permetterà di seguire l’evoluzione genetica del Coronavirus e di monitorare la risposta immunitaria alla vaccinazione. Bene che il ministero finanzi questo Consorzio a tutto campo, non solo come ricerca, ma come network. La rete di laboratori può supportare strutture e attività nella ricerca di farmaci e vaccini; ho proposto questo progetto di consorzio anche pensando ai tanti giovani ricercatori che lasciano il nostro paese perché mancano opportunità. E questa può essere un’occasione».

La farmaceutica è il primo settore al mondo per ricerca e sviluppo e l’Europa ha una specializzazione e un primato internazionale, la rotta per l’Italia e per il Nordest quale deve essere?

«Investire in ricerca di base, siamo tra i paesi sviluppati che meno si impegnano in questo senso rispetto al proprio prodotto interno lordo. Senza qualche charity o associazione benefica l’Italia non riuscirebbe a raggiungere nemmeno l’uno per cento del Pil di spesa in R&S. Università, ricerca scientifica, sanità, imprese hi-tech: questi dovrebbero essere i cardini della riforma del Paese».

Che ruolo vede per il pubblico e per privati negli investimenti in ricerca di base?

«Senza le multinazionali, per fare un esempio, la ricerca sul fronte del vaccino non ci sarebbe. Certo, abbiamo anche le aziende di stato come quelle cinesi. Il modello non sta a me sceglierlo. Che ci siano anche aziende statali, purché investano: questo è il concetto. Se lo Stato può investire, soprattutto all’inizio dei nuovi progetti, credo sia utile se non necessario. Altrimenti come fanno a decollare?».

Mancano di più le idee o le risorse?

«Un farmaco nasce da una ricerca di base, da un meccanismo patogenetico, su come insorge una malattia. Senza questo innesco non si arriva a produrre un farmaco. Non possiamo dire che il futuro sono le biotech e non sapere su cosa specializzare queste realtà non avendo una visione dei settori strategici e non dandoci delle priorità di investimento. Aziende dinamiche e innovative nascono da un’idea e si quotano in Borsa sulla base di una idea. Quanto lontano siamo, in Italia, da questo? Dove sono, a Nordest, il venture capital e le merchant bank?».

Quale ruolo può avere Aifa in questo campo?

«Un ruolo attivo, visto che già investe il 50% del proprio budget nei farmaci innovativi oltre che nella farmacovigilanza e nella formazione. Investe in salute pubblica, nell’accesso ai farmaci ma anche nei progetti di ricerca. Solo sul Covid 19 sono stati impegnati 10 milioni di euro».

Il Nordest, nell’ambito della farmaceutica, ha una vocazione che dovrebbe meglio valorizzare?

«A Nordest è nato un modello economico che ha trainato l’Italia, abbiamo imprenditori che hanno saputo trasformare un territorio caratterizzato da una civiltà contadina in una realtà industriale prevalentemente manifatturiera. Il salto di qualità, ora, andrebbe fatto con l’aiuto delle università. Bisogna iniziare a pensare allo sviluppo in termini più innovativi. Non è che non accada, ma si tratta ancora di eccezioni».

E perché questo?

«Pensate alle aree industriali, ogni comune ha fatto la propria per assicurarsi delle entrate economiche. Così abbiamo sconvolto il territorio. Ma guardate in Germania: ci sono boschi e foreste, hanno 80 milioni di abitanti su una superficie che è di poco superiore a quella dell’Italia. Le aree industriali si trovano ogni 80-100 chilometri, sono state fatte facendo sinergia. L’italiano, invece, è individualista».

I campanili condizionano anche le università?

«È così, e purtroppo è molto triste. Campanilistiche e provinciali anche loro. E la mia grande Padova, l’università che ho tanto amato, non fa eccezione».