[L'analisi] Diversamente globalizzati

Gli ultimi dati a disposizione sembrano evidenziare che le catene globali del valore mostrano un certo grado di resistenza di fronte all'attuale shock economico globale e questo porta a pensare che la situazione che stiamo vivendo potrà probabilmente accelerare i processi già in atto. La globalizzazione non è morta, è solamente diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere

Nel 2019 l'Economist dedicò la copertina dell'ultimo numero di gennaio alla "slowbalisation", un nuovo termine che unisce le parole "slow" (lento) e "globalisation" coniato per descrivere il fenomeno di rallentamento della globalizzazione.

Dodici mesi dopo, all'inizio del 2020, la diffusione della pandemia ha prodotto un'ulteriore brusca caduta dei movimenti di beni, servizi, capitali e persone tanto che sono diventati di uso comune termini come "de-globalizzazione", "sglobalizzazione" o "fine della globalizzazione". In un territorio come il Nordest, che tra i diversi elementi di competitività ha sempre avuto un elevato livello di apertura internazionale del proprio sistema produttivo, riuscire a interpretare le trasformazioni in atto diventa di cruciale importanza.

La prima domanda da porsi è quando e perché comincia il rallentamento della globalizzazione. I dati dimostrano che tale fenomeno inizia nel biennio 2007-2008: la crisi globale rappresenta un vero e proprio spartiacque tra un prima un dopo. Il prima è il ventennio che inizia negli anni '90 e che qualcuno ha definito "gli anni d'oro della globalizzazione" o della "iperglobalizzazione".

Un lungo periodo che ha conosciuto una diffusione veloce e costante della globalizzazione che ha beneficiato di elementi come la riduzione dei costi di trasporto delle merci, il taglio dei dazi e di altri strumenti di protezione commerciale, la liberalizzazione dei sistemi finanziari e una serie di innovazioni tecnologiche in ambito ICT che hanno reso meno costoso il coordinamento delle attività a distanza, rendendo possibili nuove forme di localizzazione delle attività produttive.

In quegli anni la Cina entra nell'Organizzazione mondiale del commercio e si affermano le Catene Globali del Valore (CGV), reti produttive internazionali che coinvolgono imprese leader, affiliate estere e fornitori indipendenti in cui la produzione dei prodotti finali è garantita da una rete di relazioni in cui imprese di diversi Paesi aggiungono valore a ogni fase del processo produttivo.Per capire l'importanza delle catene globali del valore è sufficiente ricordare che gli scambi generati dalle imprese che vi partecipano pesano per circa i due terzi del totale degli scambi mondiali di beni.

Anche le imprese del Nordest partecipano alle catene globali del valore. Una recente ricerca di Fondazione Nord Est e UniCredit ha stimato che il 35,4% delle medie imprese manifatturiere è coinvolta in maniera intensa in tali reti produttive, una percentuale che arriva al 70,1% se si contano anche quelle coinvolte con intensità via via minori. Dopo la crisi del 2007-2008 inizia il periodo della "slowbaslisation", che si caratterizza per un rallentamento del commercio mondiale e per una riduzione del valore degli investimenti transfrontalieri.

Le variabili che hanno influito sul rallentamento della globalizzazione sono diverse: la riduzione dei costi di trasporto si è arrestata e alcuni dei Paesi emergenti hanno sostituito le importazioni dal resto del mondo con produzioni interne. A questi fattori se ne aggiungono altri di carattere politico.

Alcuni Paesi hanno risposto alla crisi del 2007-2008 rispolverando politiche protezionistiche e alimentando una crescente ondata di misure che in alcuni casi ha reso (o minacciato di rendere) più costosi e meno fluidi gli scambi a livello internazionale. Il protezionismo (attuato o minacciato) ha reso più rischiosi i progetti di investimento all'estero delle imprese, in particolar modo di quelle inserite nelle catene globali del valore.

Sugli investimenti diretti esteri hanno influito anche altri due fattori tra di loro collegati: la diffusione di nuove tecnologie che favoriscono l'automazione dei processi produttivi e le condizioni particolarmente favorevoli sul mercato dei capitali generate da politiche monetarie espansive attuate in risposta alle crisi del 2008 e del 2011.Per provare a capire come questi tre fattori (neo-protezionismo, digitalizzazione dei processi produttivi e politiche monetarie espansive) hanno influenzato le catene globali del valore e, più in generale, gli investimenti all'estero, bisogna ricordare che le imprese, nel momento in cui devono scegliere la localizzazione dei propri impianti produttivi (ma anche delle reti di fornitura), confrontano i risparmi generati dalla partecipazione alle catene globali del valore e i risparmi che invece sono garantiti dall'adozione di automazioni nei processi produttivi. Sull'altro piatto della bilancia si pongono i vantaggi garantiti dalla tecnologia. Prima della crisi del 2008 le aziende utilizzavano sia la partecipazione alle catene globali del valore che l'automazione per ridurre i costi, le due strategie erano, quindi, complementari.

La crisi del 2007-2008 ha modificato gli scenari in cui le imprese prendono le decisioni: gli investimenti all'estero sono diventati più rischiosi in seguito al riaffacciarsi del protezionismo e gli investimenti nell'automazione degli impianti produttivi sono diventati più vantaggiosi grazie a condizioni particolarmente favorevoli sul mercato dei capitali e alla maturazione di tecnologie che permettono la costruzione di impianti efficienti anche su scala minore rispetto al passato.

Dopo la crisi le aziende hanno cambiato rotta sostituendo gli investimenti nelle catene globali del valore con l'adozione di robot e altri sistemi di automazione: le due strategie sono, quindi, diventate sostitute. Questo ha generato un processo di regionalizzazione delle CGV.

La pandemia? Gli ultimi dati a disposizione sembrano evidenziare che le catene globali del valore mostrano un certo grado di resistenza di fronte all'attuale shock economico globale e questo porta a pensare che la situazione che stiamo vivendo potrà probabilmente accelerare i processi già in atto senza modificarne in maniera significativa il segno. Rispetto alle imprese del Nordest, le indicazioni che si possono trarre sono diverse: la regionalizzazione delle CGV potrebbe richiedere alle imprese coinvolte un ulteriore sforzo per moltiplicare la propria presenza internazionale attraverso nuovi investimenti.

Da un punto di vista organizzativo la pandemia ha esplicitato la necessità da parte delle imprese di saper gestire i rischi. Sarà, quindi, necessario investire, anche da un punto di vista dei processi interni, su questo fronte. Ancora, e sempre legato agli effetti della pandemia, nel caso di politiche di ridondanza delle scorte, adottate per eliminare o ridurre i danni legati ad interruzioni di fornitura, dovranno essere valutati attentamente gli impatti non solamente sulla gestione operativa ma anche su quella economico/finanziaria. La globalizzazione non è morta, è solamente diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere. --

© RIPRODUZIONE RISERVATA