Federmeccanica secondo Visentin: «Vicina alle imprese nel cambiamento»

Federico Visentin

Intervista al presidente designato dell’organizzazione confindustriale: «Credo negli Its, sono molto più efficaci dei Navigator»

VICENZA. Il tema centrale è la velocità del cambiamento, di tutto il resto parla come di una derivata. Federico Visentin, 57 anni, presidente della Mevis di Rosà e del Cuoa di Altavilla, ora è anche presidente designato di Federmeccanica: «Rispondo solo a domande generali – premette – del resto parleremo dopo la formazione della squadra e l’assemblea il 25 giugno».

Presidente, tutto il mondo e anche quello delle imprese sono alle prese con l’uscita dalla pandemia. Come ne usciremo?

«Il tema centrale, quello che più mi preoccupa, è che le imprese devono abituarsi a cambiare molto velocemente, la velocità del cambiamento degli stessi modelli di business è diventata una costante. Questa accelerazione non è legata a una specifica fase, ma semmai si intreccia a tutto il resto, anche alla pandemia».

E l’aumento choc dei prezzi delle materie prime?

«È legato alla crescente concentrazione delle risorse nelle mani di pochi. L’Ue per prima ha agitato i dazi contro la Cina nell’acciaio, quindi in questo caso devono entrare in gioco l’Europa e politiche industriali finalizzate a evitare la concentrazione delle risorse».

Politiche industriali, lei dice. In generale chi le deve fare e quali debbono essere gli obiettivi?

«La scala delle questioni da gestire è diversa. La questione della concentrazione delle risorse non può che essere in capo all’Europa, però sappiamo che lo Stato italiano in tempi recenti ha introdotto operazioni di vasto respiro come Industria 4.0. In generale l’obiettivo delle politiche industriali dev’essere creare le condizioni della competitività dell’industria manifatturiera».

E adesso quale deve essere l’agenda di una politica industriale nazionale?

«Mi viene in mente l’acciaio. Pur consapevoli dell’enorme tema ambientale posto dall’Ilva, non possiamo pensare che un Paese come l’Italia non abbia voce in capitolo in questo settore strategico. Comunque c’è anche un tema generale che riguarda tutti».

Qual è?

«Il consenso intorno all’impresa, che dev’essere almeno pari a quello che c’è in Germania. Assisto al dibattito di questi giorni sugli incidenti sul lavoro: è un problema drammatico, ma se ne parla come se sulla sicurezza non si fosse fatto niente. Invece si è fatto moltissimo, giusto cercare le cause specifiche di un incidente, ma non percepire il problema come se la responsabilità fosse del sistema delle imprese».

Nel Nordest c’è il tema di aziende spesso troppo piccole per competere a livello internazionale e per superare la prova terribile della pandemia. Come si può affrontare questo problema?

«Federmeccanica dovrà essere accanto alle imprese, ma su questo posso parlare anche con il cappello di presidente del Cuoa. Il tema della dimensione è importante per l’adeguatezza alle sfide del futuro. La dimensione dà struttura sia sotto il profilo della managerialità che su quello della formazione del personale».

Fra l’altro a fine 2019 la sua Mevis si è fusa con Euromeccanica indicando una strada percorribile e particolare.

«Perché particolare?»

Perché non si vede nel Veneto una folla di imprenditori pronta a fondersi con l’azienda vicina di casa.

«È vero, comunque sta funzionando. Nel 2020 abbiamo perso il 13% di fatturato, per il 20021 abbiamo a budget un più 25% e finora siamo sopra il budget del 10%. Non siamo solo cresciuti, abbiamo cambiato modello».

Sulla formazione dal presidente del Cuoa c’è da aspettarsi un grande impegno anche in Federmeccanica.

«Bisogna crederci, Mevis è fra i fondatori dell’Its Meccatronica di Vicenza, il 94% dei giovani che lo frequentano trova lavoro. Su questo conto sulle risorse del Recovery Plan. La miglior politica attiva del lavoro è la formazione, i Navigator non bastano, perché la formazione ha in sé la risposta al cambiamento continuo e alle conseguenti riconversioni delle aziende».