Vino alla grande trasformazione: big e fondi pronti allo shopping

Sul mensile Nordest Economia, in uscita martedì prossimo con i quotidiani del gruppo, un settore che sta cambiando pelle. Percorso come quello della moda: il processo di fusioni e acquisizioni sta accelerando

VENEZIA. Il vino è un settore del made in Italy che sta cambiando pelle. Gli ultimi anni hanno rappresentato un periodo di grande crescita del comparto vitivinicolo, basti pensare a segmenti come quello del Prosecco ormai consacrati sui mercati internazionali. Ora però stanno coagulandosi una serie di fenomeni che fanno pensare a un imminente big bang del settore. Le dimensioni mediamente contenute delle aziende stanno ad esempio attirando l’interesse delle consorelle maggiori ma anche dei fondi di private equity; i grandi marchi del vino vengono trattati come quelli della moda sia in termini di valore che in termini di apprezzamento da parte dei consumatori; il gusto di questi ultimi è andato cambiando e ne è sintomo anche il vero e proprio boom delle vendite online.

Insomma il vino italiano, e con esso quello del Nordest, sta entrando in una nuova dimensione, è come la vigilia di una grande trasformazione. Se ne parla in Nordest Economia, il mensile in uscita martedì 18 maggio con il nostro giornale. Il numero è curato dall’omonimo hub Gedi per i quotidiani di Veneto e Friuli Venezia Giulia, diretto da Paolo Possamai. Il quale in prima pagina mette subito in chiaro uno degli aspetti della metamorfosi in atto. «Nel settore moda – scrive Possamai – i due gruppi francesi Lvmh e Kering la fanno da padroni. Nel corso degli anni, una per una, da Bulgari a Gucci, fino a Loro Piana sono state acquisite dai magnati Arnault e Pinault». Un cammino che potrebbe ripetersi nel campo vitivinicolo. «Gli indizi sul fatto che il processo di fusioni e acquisizioni sta accelerando – continua Possamai – ci sono tutti. La tempesta generata dal virus esalta i fattori di fragilità nelle aziende meno strutturate e massimizza le opportunità in quelle che dispongono di strategia, marketing, tecnologie digitali e finanza. Dobbiamo aspettarci dunque che tra le vigne italiane, e nello specifico il processo sarà più intenso tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, suoni sempre più di frequente il campanello: alla porta ci sarà un concorrente o un fondo di investimento».

Insomma, come recita il titolo del numero, il vino fa gola ai big, siano essi grandi imprese oppure fondi di private equity. Lo dice anche Paolo Masotti di Adacta: «Il movimento dei fondi – spiega l’esperto - in una industry con una prevalenza a proprietà familiare cambia le regole del gioco. Quello che io mi aspetto è un aumento dei processi di acquisizione che partano dal secondo semestre del 2021 e inizio del 2022». Del resto le cifre sono eloquenti: «La media delle aziende francesi mostra un fatturato di 26,8 milioni, contro i 3,9 milioni di ricavi medi italiani e i 5,3 milioni degli spagnoli. Per contro noi abbiamo un buon Ebitda, 11,4% di margine, meglio degli spagnoli, peggio dei francesi e infine un Roic medio, quindi l’indicatore di profittabilità, che invece non è male. Ma resta un dato: questo è un settore caratterizzato da dimensioni piccole, molto esposto su investimenti di tipo immobiliare, cioè sui terreni, e quindi si tratta di attività con sostenibilità molto al limite nel rapporto tra debito e il volume del business e profittabilità generata. Il modello di business va rivisitato».

La grande campagna acquisti, quindi, sta per cominciare.