[L’Editoriale] Chi bussa alla porta delle cantine

Fino a qualche anno fa, la frammentazione del settore ha costituito un freno all’ingresso in campo di investitori finanziari e di concorrenti, ma la crescita di un nugolo di aziende sulla scena internazionale - basti pensare al fenomeno prosecco - comporta per le stesse una accresciuta responsabilità: sviluppare ulteriori strategie di sviluppo

Nel settore moda, i due gruppi francesi Lvmh e Keringla fanno da padroni. Un paio di decenni fa, non era (ancora) così e un gran numero di imprese italiane brillava nel mondo. Di luce propria. Ma nel corso degli anni, una per una, da Bulgari a Gucci, fino a Loro Piana sono state acquisite dai magnati Arnault e Pinault.

Potrebbe essere obiettato che non vi è in ciò alcunché di negativo, in una economia globalizzata, poiché sarebbe indizio della capacità italiana di attrarre investimenti esteri. Non vi sarebbe infatti alcunché di male, a patto che le imprese italiane sapessero generare un pari flusso di investimenti verso imprese target estere e così partecipare alla competizione. Che è globale, appunto.

Mutatis mutandis, lo stesso fenomeno potrebbe accadere in un altro campo simbolo del genio e della imprenditorialità italiana: nelle cantine, fra bottiglie e botti che hanno maggior appeal sui mercati mondiali. Gli indizi sul fatto che il processo di fusioni e acquisizioni sta accelerando ci sono tutti. E en passant non sarà ozioso osservare che la divisione wine & spirits di Lvmh - sempre loro - realizza ricavi per circa 2,5 miliardi di euro (dieci volte tanto le aziende vitivinicole italiane di taglia più grande).

Volendo assumere un altro numero di riferimento, potremmo segnalare che le 24 maggiori cantine vinicole del Nordest sommavano nel 2019 tutte assieme 3,3 miliardi di fatturato. La tempesta generata dal virus esalta i fattori di fragilità nelle aziende meno strutturate e massimizza le opportunità in quelle che dispongono di strategia, marketing, tecnologie digitali e finanza.

Dobbiamo aspettarci dunque che tra le vigne italiane, e nello specifico il processo sarà più intenso tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, suoni sempre più di frequente il campanello: alla porta ci sarà un concorrente o un fondo di investimento. Emblematico il caso di uno dei più importanti fondi italiani, Clessidra, che con la veneta Botter vuole costruire un polo aggregante.

Ma potremmo citare anche il dinamismo delle quotate Italian wine brands e Masi, della Ferrari di Matteo Lunelli, della Santa Margherita dei Marzotto. Tutti determinati a crescere. Fino a qualche anno fa, la frammentazione del settore ha costituito un freno all’ingresso in campo di investitori finanziari e di concorrenti, ma la crescita di un nugolo di aziende sulla scena internazionale - basti pensare al fenomeno prosecco - comporta per le stesse una accresciuta responsabilità: sviluppare ulteriori strategie di sviluppo.

La dimensione è un fattore essenziale per spingere sulla crescita, poiché solo i produttori che possono garantire cospicue forniture possono avere accesso a mercati come Stati Uniti e Cina. Non basta saper fare bene alta sartoria, occorre aumentare la massa critica della produzione. —

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