Plastica monouso, a rischio 1 miliardo di valore della produzione e 3 mila posti di lavoro

Tanto vale il settore nel nostro Paese. La motivazione è solo “green”? O si punta ad aprire un mercato a nuovi competitor? A Nordest le aziende innovano, sulla via della sostenibilità

UDINE. Solo tutela dell’ambiente o anche apertura di un mercato, che non sparirà, a nuovi competitor con nuove tipologie di prodotto e incognite modalità di produzione?

È un altro modo di affrontare un tema di stretta attualità, la nuova direttiva Ue sulla plastica monouso, che impatta su un settore che, nel nostro Paese, vale 1 miliardo di euro di fatturato l’anno realizzato da almeno una trentina di aziende e circa tremila addetti.

Una parte, certo, del macrosettore della trasformazione dei polimeri plastici, che pesa per 15 miliardi di valore della produzione e occupa circa 120 mila addetti, buona parte dei quali a Nordest.

Le disposizioni comunitarie sono note - in parte -, la direttiva infatti è complessa, i decreti attuativi ancora non ci sono, quindi daremo effettivamente l’addio a piatti e bicchieri di plastica, posate di plastica, bastoncini cotonati ecc. di fatto dal 1° gennaio 2022.

Ma l’impatto sarà «pesante - dichiara Libero Cantarella, direttore di Unionplast nella Federazione Gomma-Plastica di Confindustria -. Il nostro Paese è il principale produttore europeo di stoviglie monouso con un valore della produzione che arriva a un miliardo di euro, per il 40% destinato alle esportazioni, davanti a Spagna e Grecia. La nuova legge non coglie di sorpresa, ovviamente, ma l’anno e mezzo di pandemia da Covid ha sottratto a molte aziende tempo ed energie per pianificare una riconversione. Non solo, proprio la pandemia ha messo in evidenza l’utilità di queste produzioni, largamente impiegate da ospedali, case di cura, ecc.».

Sul fatto che l’ambiente debba essere protetto, nessun dubbio.

«Ma l’Italia ha da decenni normative sulla gestione, il recupero e il riciclo dei rifiuti. Il Conai, il consorzio che lavora su recupero e riciclo dei materiali da imballaggio (acciaio, alluminio, carta, legno, plastica, bioplastica e vetro) è nato nel ’97 e gli ultimi dati attestano a oltre il 90% la raccolta di rifiuti da imballaggio in plastica immessi a consumo. Al contrario in molti altri Paesi la gestione dei rifiuti è ancora carente - aggiunge Cantarella -, ed è su questo fronte che bisognerebbe continuare a lavorare. Il problema va affrontato a 360 gradi, ricordando soprattutto che la sostenibilità non è solo ambientale, ma anche economica e sociale».

Un eccesso di zelo nella lotta all’inquinamento? O c’è dell’altro. «Ciò che sappiamo - ancora il direttore - è che assistiamo alla sostituzione, per taluni articoli in plastica, con manufatti realizzati con altri materiali, presuntamente sostenibili, in particolare provenienti dai Paesi dell’Est», vedasi ad esempio il bambù.

Il problema è la qualità della produzione, a partire dalla materia prima per arrivare alla lavorazione e alle certificazioni, quando invece i prodotti in plastica per il contatto alimentare godono di una disciplina normativa rigorosissima dal 1973.

La via d’uscita, per le imprese, è l’abbandono di alcune tipologie di prodotto in favore di altre. Opzione già imboccata dalla Colombino & Polano, azienda friulana specializzata nel packaging con imballaggi protettivi in cartone, plastica e bio destinati al settore alimentare, che ha ridotto progressivamente, sino all’attuale 8%, la quota di produzione di materiale monouso.

«In generale il nostro impegno è rivolto a ridurre la quota di plastica, seguendo quindi le indicazioni della Ue», spiega Paolo Colombino, con film plastici scesi da 90 a 60 micron. «Non credo che l’industria alimentare potrà fare a meno della plastica, noi possiamo aiutarla con la scheda di impatto ambientale, che abbiamo istituito tra i primi, che agevola sia l’industria che il consumatore chiamato a smaltire correttamente i rifiuti».

Novamont ha scelto il Veneto (Bottrighe) per insediare il primo stabilimento, unico nel suo genere, con un impianto dedicato alla lavorazione di un monomero per produrre plastiche da fondi rinnovabili, «nello specifico da zuccheri - ricorda Andrea Di Stefano responsabile progetti speciali di Novamont -. Questo monomero, insieme ad altri componenti, dà vita alla bioplastica» che può essere smaltita insieme alla frazione organica.

«L’Italia - ricorda - è stata pioniera in questo campo, e la prima in Europa a varare una normativa finalizzata alla riduzione delle shopper in plastica». Novamont, che è uno dei principali player del settore biochemical con circa 300 milioni di fatturato annuo, 650 dipendenti, 4 impianti in Italia e 2 centri di ricerca, ha dunque già scelto la strada della sostenibilità.

«Quello in corso è un passaggio cruciale per il settore - è la considerazione di Antonio Di Penta, presidente della sezione materie plastiche di Confindustria Venezia-Rovigo - che va affrontato in modo consapevole. È un cambiamento non facile, è una nuova sfida sul fronte della sostenibilità ed è ineludibile, ma offre anche l’occasione per innovare e nuove opportunità».