Latte alla stalla a 36 centesimi. «Ora basta!» Allevatori pronti a scendere in piazza

Il prezzo è lo stesso di quando c’era la lira, mentre i costi di produzione ormai superano i ricavi. Bressan, Coldiretti Padova: «Situazione insostenibile. Siamo pronti alla protesta per difendere una delle produzioni di eccellenza del territorio»

PADOVA. Quando ancora esisteva la lira, un litro di latte alla stalla veniva pagato attorno alle 700 lire, al supermercato lo trovavi a 1.600.

Oggi ragioniamo in euro, ma il valore del latte alla produzione è rimasto lo stesso: 36 centesimi. Al supermercato l’altra qualità supera 1,60 euro.

Una situazione insostenibile di fronte agli aumenti, quelli sì a due cifre, dei costi delle materie prime, che il prezzo alla stalla non copre nemmeno più.

Da qui la mobilitazione, lanciata dal presidente di Coldiretti nazionale, Ettore Prandini, subito condivisa da Coldiretti Veneto.

«Dopo un anno e mezzo di attesa non possiamo più aspettare e condividiamo la denuncia del nostro presidente nazionale. – sottolinea Massimo Bressan, presidente di Coldiretti Padova - Giusto il mese scorso avevamo tirato le somme dei prezzi del latte alla stalla e rilevato qualche timido segnale di ripresa, ma mettendo in evidenza che ciò non bastava a compensare i maggiori costi dovuti al rincaro delle materie prime. I prezzi di mais, soia, colza hanno fatto registrare balzi in avanti tra il 20 e il 30 per cento, facendo salire i costi di produzione. Oggi per un fare un litro di latte i nostri allevatori spendono più di 40 centesimi al litro mentre lo stesso litro di latte ci viene pagato in media 36 centesimi. Difficile far quadrare i conti in queste condizioni, quando va bene arriviamo al pareggio, tanto che il rischio è quello di perdere altri allevamenti anche nella nostra provincia».

Il settore lattiero caseario vale nella sola  provincia di Padova circa 80 milioni di euro per circa 500 aziende attive in cui vengono allevate quasi 40 mila vacche da latte.

Immagine d'archivio di una manifestazione di Coldiretti

Nel 2020, l’anno del Covid, la produzione di latte in provincia di Padova ha registrato un incremento del 3,9%, con una produzione di 2 milioni e 229 mila quintali di latte l’anno, un quinto del totale veneto, un prodotto di alta qualità, destinato per lo più alla trasformazione di formaggi Dop e di latticini.

Per la maggior parte questa attività si concentra nell’Alta Padovana, con la presenza di decine di aziende zootecniche che nell’ultimo decennio hanno affrontato notevoli investimenti per restare sul mercato con un prodotto di assoluta qualità e fatto i conti con le distorsioni della filiera e la concorrenza dei mercati esteri, oltre che con un prezzo ormai inadeguato.

Coldiretti ha scritto al Ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli per chiedere di aprire subito un tavolo di confronto per arrivare a una soluzione condivisa che garantisca una corretta remunerazione con una equa distribuzione di valore lungo la filiera. La situazione di difficoltà riguarda tutto il comparto zootecnico italiano, dalla carne al latte, con gli allevatori messi sotto pressione da prezzi troppo bassi a fronte del rincaro delle materie prime e dei foraggi, dal mais alla soia, a causa delle tensioni generate dalla pandemia.

«E’ necessario che nei contratti di fornitura fra le industrie di trasformazione e gli allevatori siano concordati compensi equi perché a fronte dei i rincari delle materie prime alla base dell’alimentazione degli animali è fondamentale assicurare la sostenibilità finanziaria degli allevamenti sottraendoli al rischio di chiusura a causa di prezzi sotto i costi di produzione» continua Bressan.

«Una adeguata remunerazione del lavoro degli allevatori è condizione imprescindibile per mettere al sicuro tutta la filiera e continuare a garantire ai consumatori prodotti sicuri e di qualità che sostengono l’economia, il lavoro e i nostri territori. Come sottolinea il nostro presidente nazionale Prandini l’allarme globale provocato dal Covid ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza ma anche le fragilità presenti in Italia sulle quali occorre intervenire per difendere la sovranità alimentare, ridurre la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento in un momento di grandi tensioni internazionali e creare nuovi posti di lavoro».

e.delgiudice@gnn.it