[L’editoriale] Top 100 2021: “Il traguardo non è il mondo pre pandemia”

L’emergenza ha avviato un radicale sovvertimento dei paradigmi precedenti accelerando processi già in atto o costringendo le aziende a nuove strategie in fatto di dimensione, sostenibilità, formazione, rapporto con le Università Insomma il virus ha posto tante domande, evitarle sarebbe la risposta sbagliata

Ma ritornare quelli che eravamo è davvero l’unico sogno coltivabile? L’obiettivo strategico collettivo, più o meno consapevole, consiste nel riguadagnare la quota del 2019, come se avessimo allora abitato il migliore dei mondi possibili?

Le imprese, parliamo delle 100 più grandi e dunque di autentiche leader a Nordest, in che senso stanno esercitando cambiamento e modernizzazione? Naturalmente, come i naufraghi scampati alla più nera tempesta, la fuoriuscita dalla pandemia implica l’irrefrenabile desiderio di tornare alla normalità. Ma non torneremo più al “mondo di prima” e per certi versi è una straordinaria opportunità.

Prima di riflettere sul possibile mondo nuovo, occorre soffermarsi sui dati del 2020, così come emergono dall’analisi dei bilanci delle imprese Top 100.

Emerge la sorprendente energia vitale della stragrande maggioranza di queste imprese leader: nonostante l’imperversare del virus, 36 di esse lo scorso anno sono addirittura riuscite a crescere e, per avere il quadro d’assieme, basti dire che il fatturato aggregato totale è sceso appena del 3% alla soglia di 99 miliardi e che l’82% delle aziende ha chiuso in utile.

Naturalmente, dell’impatto del Covid hanno risentito tutti i parametri reddituali, ma parliamo di una limatura e non di amputazioni. Insomma, i dati rilevano una capacità reattiva per tanti versi formidabile.

Partiamo dunque da questo assunto: il network imprenditoriale incardinato sulle Top100 costituisce un caposaldo di grande valore. Ma ciò detto e ribadito, converrà pure concentrarci sugli aspetti critici del modello economico nordestino. Perché difetti e limiti presenti prima della pandemia non sono affatto svaniti e vanno chiamati per nome.

Anziché assumere il miraggio del ripristino acritico dello status quo ante virus, assai meglio sarebbe badare ai fattori di cambiamento da introdurre. Lo chiede in primis proprio il virus, che ha avviato un radicale sovvertimento dei paradigmi precedenti la pandemia, accelerando processi già in atto o costringendo a nuove strategie. Tentiamo qualche esempio.

Fra i fattori costituzionali più sfidati dalla pandemia, rispetto alla natura dell’economia reale italiana e nordestina, balza all’occhio la dimensione dell’impresa. Tant’è vero che, al cospetto di una massa di liquidità mai vista prima e di investitori come mai prima in cerca di promettenti business imprenditoriali, da qualche mese a questa parte assistiamo a fusioni e acquisizioni (M&A) a ritmi sincopati e con crescenti volumi. Basti osservare che il fenomeno impatta potentemente financo sul più tradizionale dei mestieri, ossia la produzione di vino.

Ebbene, al di là dell’esempio vinicolo, il Triveneto già orgogliosa patria del “piccolo è bello” che attitudine esprime su questo versante? Un altro punto interrogativo attiene al concetto di “sostenibilità”. Sostantivo che si riverbera in tanti aggettivi, come “sociale”, poi “ambientale”, ma anche “equa” e via elencando, ma sempre cercando una composizione armonica tra le esigenze economiche dell’impresa e quelle di generale collettivo interesse.

Sostenibilità va a braccetto con innovazione, ossia processi produttivi orientati a consumare meno materie prime, ad abbattere l’output ambientale, a smettere di occupare suolo aggiuntivo, ma anche integrare logistica e digitalizzazione in una logica di massima efficienza.

Come stanno dunque le imprese nordestine, le maggiori e pure quelle più piccole, riguardo al tema della sostenibilità? Non intendiamo solo ed esclusivamente la ricerca del minor impatto possibile sull’ecosistema, ma anche per esempio il regime contrattuale dei dipendenti e soprattutto di quelli più giovani. Come stanno le imprese nordestine rispetto alla necessità di assumere responsabilità diretta nelle infrastrutture del territorio? Infrastrutture naturalmente non sono solo ponti, ferrovie, autostrade.

Le scuole sono infrastrutture sociali, per esempio. La questione della formazione era cruciale prima del virus e tale resta. Il tema della relazione tra Università, centri di ricerca e imprese è un interrogativo essenziale sulla sostenibilità del modello economico nordestino. Altrimenti non avremmo compreso le ragioni dell’evidente maggior competitività del sistema emiliano romagnolo, secondo in classifica dopo la Lombardia anche nel ranking nazionale per l’export. “Formazione”va assieme a “innovazione”, ma anche a “narrazione” e a “consapevolezza”.

Come mai il Nordest da tanti anni perde popolazione giovane e dotata di lauree importanti a favore non solo di Paesi più avanzati ma anche di Emilia e Lombardia? Dipende dall’immagine affatto orientata all’innovazione e alla valorizzazione dei talenti che buona parte del sistema imprenditoriale esprime.

E il paradosso consiste nel fatto che l’immagine largamente non corrisponde al vero. Ma il Nordest sa essere attrattivo e raccontarsi in modo appropriato alle giovani generazioni? Se non ci lasciamo interrogare, non comprenderemo le ragioni profonde della diaspora. Insomma, tra i lasciti del virus vi sono tante domande. Evitarle sarà la principale delle risposte sbagliate. E non basterà che alcune imprese illuminate facciano da segnavia, occorre una risposta corale. © RIPRODUZIONE RISERVATA