Aviaria in Veneto, attesa una riunione con il Ministero per il riconoscimento dello stato di calamità

Tra Verona, Vicenza, Padova e Rovigo si parla di 250 focolai e danni stimati per non meno di mezzo miliardo di euro. A sentire il responsabile regionale di Confagricoltura Veneto, Michele Barbetta, «nella bassa padovana non c’è più un pollo o tacchino»

L’epizoodia di Influenza aviaria, quindi la diffusione di un virus in animali della stessa specie o di specie diverse, insomma questa brutta epidemia che ha colpito gli allevamenti di pollo e tacchino italiani e veneti, non accenna a fermarsi e sta colpendo anche l’Europa. Anche se - afferma Coldiretti, preoccupatissima della situazione come CIA e Confagricoltura – nelle ultime settimane si è evidenziata un’inversione di tendenza nella sua curva di diffusione. È salato il conto per il settore regionale, con oltre 250 focolai soprattutto nella bassa - Verona, Vicenza, Padova, Rovigo - e danni stimati a non meno di mezzo miliardo di euro. Una crisi certamente superiore, afferma il responsabile regionale Confagricoltura Veneto di settore e presidente Padova, Michele Barbetta, a quanto successe nel 2000: «Di influenze aviarie in questi anni ce ne sono state, ma mai come questa. Nella bassa padovana non c’è più un pollo o tacchino, solo qualche ovaiola…».

Gira un dato, che in quest’area sono stati abbattuti circa 14 milioni di capi, colpiti oltre 200 allevamenti, ma nella stima mancano i cosiddetti riaccasamenti: oltre a quelli colpiti dai focolai, tutti gli altri centri produttivi rientrano nella zona considerata ad altissimo e alto rischio e sottoposti quindi al divieto di accasamento di pollame. 

Un danno enorme per l’indotto che comprende, oltre agli imprenditori agricoli e ai loro familiari, anche i dipendenti, i trasportatori, gli stabilimenti che lavorano le uova, l’industria mangimistica e altre imprese collegate.

Conferma questa linea Gian Michele Passarini, presidente CIA-Coltivatori italiani del Veneto, veronese e allevatore di tacchini: aveva operative tre sedi, in due ha visto abbattuti tutti gli animali, mentre il terzo ora è vuoto. «In totale 100.000 capi perduti - dice sconfortato - con un danno di circa 250.000 euro. L’unica arma che ci rimane è il vaccino. E la gestione deve essere dell’Unione europea. E bisogna anche operare affinché non vi sia una conseguente penalizzazione delle carni italiane» che poi vuol dire dell’avicoltura veneta, visto che, secondo dati Veneto Agricoltura, questa regione è leader nazionale nell’allevamento avicolo.

Oltre al danno la beffa: negli ultimi 10 anni, indica l’Agenzia regionale, l’incremento del consumo nazionale di pollame è stato di circa il 20%, passando da poco più di 17 kg agli attuali oltre 20 kg pro-capite. Così il settore veneto ha aumentato la propria produzione a peso morto di circa 100mila quintali (+18%).

Il numero degli allevamenti è rimasto, invece, sostanzialmente uguale, ma è aumentata la capacità di accasamento teorica e quindi produttiva di circa il 30%. Nel 2020 poi, la produzione di carne avicola regionale è leggermente aumentata rispetto al 2019 (+1,3%, in linea con quella nazionale), toccando le 564mila tonnellate, pari al 31% del totale nazionale che arriva a 18,8 milioni di quintali.

Il valore della produzione ammonta a 735 milioni, ovvero il 50% del valore della produzione veneta di carne e il 27,6% del valore del pollame nazionale, confermando il Veneto regione leader a livello nazionale.

La filiera avicola, nei primi mesi del 2021, stava invece perdendo redditività a causa dell’aumento dei costi di alimentazione, il che ha favorito una ripresa dei prezzi all’origine del pollo da carne che a maggio ha superato le 1,1 €/kg (pollo pesante). Non per il tacchino, il cui prezzo rimaneva bloccato su 1,3 €/kg (tacchino pesante m.). Bene la domanda, con la riapertura dei canali Horeca, ed è cresciuta anche quella domestica (+1%, nel primo trimestre). In tutto questo l’emergenza COVID-19 ha il suo peso.

Va sottolineato infine che gli operatori, e tutte e tre le organizzazioni professionali agricole, rimarcano l’alta patogenicità di questo nuovo virus dell’Influenza aviaria, anch’esso giunto, curiosa analogia con Omicron, dal Sudafrica, e sviluppatosi con una velocità mai vista. Sotto inchiesta anche le modalità di diffusione, certamente diverse dal passato, che fanno comprendere la difficoltà di gestione di questa nuova epidemia. Infatti le norme sulla cosiddetta “biosicurezza” sono state strettamente applicate, confessano i responsabili delle Organizzazioni professionali agricole, ma questo virus è riuscito comunque ad affermarsi. Serve pertanto più ricerca per individuare la soluzione definitiva, il vaccino. È importante per avviare la ripartenza delle attività nelle zone colpite, magari per step successivi. Ripartenza è il termine comune usato un po’ da tutti; come emerge l’esigenza di riconsiderare le misure di biosicurezza adottate finora.

Per evitare nuove crisi serve quindi studiare a fondo questo virus e riscrivere la letteratura di riferimento. Comunque da venti giorni non si rilevano nuovi focolai. A presto sono previste riunioni con il Ministero sul da farsi. Qui il ruolo della Regione Veneto sarà fondamentale, anche per l’attivazione da parte governativa dello stato di calamità, auspicata dal mondo agricolo veneto, che in questi anni ha anche affrontato significativi investimenti nella logica del benessere animale: infatti il 60% degli allevamenti regionali avicoli già oggi è in voliera.

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