Scaroni: imprese più forti dell’emergenza. Si trasformino in multinazionali tascabili

Paolo Scaroni

Il Deputy Chairman di Rothschild & Co Group ed ex amministratore delegato di Enel e Eni: «Eccessiva frammentazione delle nostre Pmi»

Paolo Scaroni, Deputy Chairman di Rothschild & Co Group ed ex amministratore delegato di Enel e Eni, analizza gli scenari del Sistema Paese: «Per un Paese indebitato come l’Italia potrebbe aprirsi un futuro difficile. La nostra economia si è trovata ad affrontare l’emergenza della pandemia dopo 20 anni di stagnazione. Per questa ragione i 210 miliardi del Next Generation Ue, nel contesto del Piano nazionale di ripresa e resilienza, sono anche un’occasione storica per affrontare i nostri nodi strutturali. Una risorsa fondamentale per incidere a fondo sulle cause reali che hanno provocato la frenata del Paese. Mi riferisco per esempio alle lentezze del sistema amministrativo e della giustizia civile. Problemi di cui la stessa Europa si è accorta da tempo. Ad esempio riusciamo a realizzare opere infrastrutturali urgenti nelle nostre città solo quando ci sono scadenze importanti come le Olimpiadi o i Mondiali di calcio».

Perchè l’Italia è cresciuta meno?

«Prima dell’introduzione dell’Euro l’Italia ha beneficiato della droga delle svalutazioni competitive che hanno consentito alle nostre imprese esportatrici di mantenere un tasso di crescita importante. Ma appena questo vantaggio si è esaurito negli anni Duemila abbiamo smesso di crescere».

Quando sarà possibile recuperare i livelli economici pre-crisi?

«Il Nordest ha saputo reagire meglio alla crisi economica grazie alla forza dei distretti e delle nostre imprese esportatrici. Nonostante un anno di lockdown l’impresa nordestina è sempre stata dinamica ed ha saputo far fronte all’emergenza. Mi preoccupa piuttosto una eccessiva frammentazione delle piccole e medie imprese trivenete che in alcuni casi tendono a scomparire con l’impresa familiare che le ha portate al successo. Questa è una nostra debolezza».

Spieghi.

«Fatichiamo a trasformare le nostre aziende in istituzioni con una vita autonoma indipendente dalla vita biologica dell’imprenditore che le ha fondate, come accade in tutto il mondo. Le imprese nordestine devono trasformarsi in multinazionali tascabili in grado di garantirsi, anche con alleanze e acquisizioni, una presenza stabile sui mercati di tutto il mondo. L’imprenditore deve rinunciare al controllo assoluto anche con l’inserimento di figure manageriali».

Anche a Nordest c’è un grande attivismo dei fondi di private equity.

«I fondi di private equity cercano rendimenti elevati. Sono investitori industriali professionali che appartengono a un mondo che oggi ha molte risorse da spendere e cerca opportunità».

E dal punto di vista del mercato del lavoro?

«Vedo uno squilibrio territoriale dove il Nord ha bisogno urgente di manodopera ma allo stesso tempo gli stipendi non sono adeguati per consentire ai lavoratori del Sud di trasferirsi. Bene ha fatto il governo Draghi a cercare di ridurre il cuneo fiscale ma non è sufficiente».

Bisogna temere una nuova fiammata dell’inflazione?

«I banchieri centrali che ho ascoltato, dagli Usa all’Europa, sostengono che si tratta di un fenomeno temporaneo. Io credo invece che ci riavvicineremo a un’inflazione del 3-4% che inciderà in egual misura sul costo del nostro debito pubblico».

Quali dinamiche avrà la globalizzazione post-Covid?

«La pandemia ha insegnato a tutti che possiamo vivere in modo diverso. Un tempo prendevo tre aerei alla settimana, non è più necessario. Le imprese ormai dipendono da un’efficace rete digitale».

La corsa dei prezzi del gas e dell’energia elettrica negli ultimi mesi rischia di mettere in ginocchio il sistema imprenditoriale anche a Nordest. Come affrontare questa nuova emergenza?

«Imprese e consumatori devono sapere che la transizione energetica e la decarbonizzazione saranno un processo molto costoso, doloroso e anche drammatico che causerà problemi mai visti prima. Fare a meno di petrolio, gas e carbone potrebbe comportare nuove crisi energetiche nel mondo. Come uscirne? Bisogna che tutti cambiamo il nostro stile di vita e impariamo a risparmiare energia. Più facile a dirsi. Dal 2004 la transizione alle fonti rinnovabili è costata 3,4 trilioni di dollari. Una cifra enorme spesa in nuovi impianti solari ed eolici che oggi rappresentano solo il 2,5% dei nostri consumi. Siamo quindi agli albori della transizione energetica».

Ma come mai il prezzo del gas è cresciuto enormemente?

«A causa di una esplosione della domanda dopo che 15 milioni di case in Cina sono passate all’improvviso dalle stufe a carbone al riscaldamento a gas. Penso che a fianco delle rinnovabili, che vanno incrementate in tutto il mondo, non si possa rinunciare alle centrali nucleari che non emettono CO2. D’altra parte nel mondo oggi ne funzionano 450 e altre 53 sono in costruzione, di cui 2 in Giappone nonostante la tragedia di Fukushima. Se vogliamo decarbonizzare il pianeta anche il nucleare dovrà fare la sua parte».

p.fiumano@gnn.it

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