Interscambio Veneto-Africa in flessione, ma il saldo è positivo

La regione vale il 7% del totale interscambio commerciale tra l’Italia e il continente nei primi 9 mesi del 2021 per circa 2,1 miliardi di euro, di cui un terzo dalla provincia di Vicenza

VICENZA. Il Veneto ha rappresentato circa il 7% del totale del totale dell’interscambio commerciale tra Italia e Africa nei primi nove mesi del 2021 (era il 9,9% nel 2015). Un valore di 2,1 miliardi di euro, di cui quasi un terzo fatto dalla sola provincia di Vicenza (2,3% sul totale nazionale, era il 3,6% nel 2015). Con un saldo che, a differenza di quello italiano, rimane positivo. È quanto emerge dall’analisi “Africa: scenario macroeconomico” elaborata dalla Direzione Studi e Ricerche Intesa Sanpaolo e presentata in Confindustria Vicenza lo scorso 26 gennaio in occasione dell’evento Confindustria Assafrica & Mediterraneo.

Interscambio Veneto-Africa

Secondo fonti Istat, gli scambi commerciali del Veneto con l’Africa sono scesi da 3,7 miliardi di euro del 2015 a 2,4 miliardi nel 2020. I primi nove mesi del 2021 hanno riportato il valore a 2,1 miliardi (+21,6% sul 2020). La sola provincia di Vicenza aveva scambiato con l’Africa 1,35 miliardi di euro nel 2015, scesi a 0,8 miliardi nel 2020. Nei primi tre trimestri del 2021 il valore è salito a 0,7 miliardi (+18,5% sul 2020).

Le importazioni sia per il Veneto che per la provincia di Vicenza sono costituite in prevalenza da prodotti tessili e abbigliamento; seguono i metalli, soprattutto preziosi, e i minerali. Le esportazioni sono rappresentate da macchinari meccanici ed elettrici, merci varie, prodotti tessili e abbigliamento. Vi sono ovviamente differenze geografiche, dettate dalla diversa specializzazione industriale delle economie africane: il settore tessile-abbigliamento coinvolge prevalentemente i paesi del Nord Africa, così come i mezzi di trasporto. Mentre i metalli sono importati dal Sud Africa e dalla regione sub sahariana. Le merci varie, costituite da articoli di gioielleria, vengono vendute soprattutto in Sud Africa. Mentre i macchinari nel loro insieme sono destinati a tutto il continente.

Interscambio Italia-Africa

Secondo fonti Istat, l’Africa rappresenta il 4,2% del totale del commercio italiano. Gli scambi dell’Italia con il continente africano hanno raggiunto i 40 miliardi di euro nel 2018, per poi scendere fino a 29,6 miliardi nel 2020. I dati relativi ai primi nove mesi del 2021 segnano un recupero a oltre 30 miliardi. Il saldo dell’interscambio è negativo dal 2017, con la sola eccezione del 2020 quando è risultato positivo per 400 milioni di euro. Nel periodo gennaio-settembre 2021 il deficit è stato di 4,1 miliardi.
Nel 2020 le importazioni dall’Africa sono state pari a 14,6 miliardi di euro, in calo del 31,9% sul 2019, mentre le esportazioni sono state pari a 15 miliardi di euro (-13,1%). Nei primi nove mesi del 2021 l’import ha segnato +66,6% tendenziale a 17,1 miliardi, mentre l’export è aumentato del 26,2% a 13 miliardi.

Le importazioni sono costituite per circa la metà da minerali: nel 2015 la quota era pari al 54% del totale, analogamente a quanto rilevato nei primi nove mesi del 2021. Il secondo settore è quello dei metalli (dal 12,6% al 16%), seguito da prodotti alimentari con il 5% (6,5%), tessile e abbigliamento con circa il 5%, prodotti petroliferi raffinati con il 4%.

L’incremento notevole del valore delle importazioni (+67% tendenziale) nei primi nove mesi dello scorso anno è riconducibile soprattutto alla dinamica dei prezzi energetici e delle materie prime in generale, che hanno impresso all’import di minerali un aumento tendenziale di oltre il 113%.

I macchinari sono la prima voce delle esportazioni italiane nel continente africano con una quota pari a quasi il 22% dell’export totale nel periodo gennaio-settembre 2021 (era circa il 26% nel 2015). Seguono i prodotti petroliferi raffinati con poco meno del 15% (14% nel 2015), i metalli con il 10% (13%), i mezzi di trasporto con il 9% (6%), gli apparecchi elettrici con il 7,5%. Le esportazioni (+26% tendenziale) sono state trainate dai prodotti petroliferi raffinati (+43%), dai mezzi di trasporto (+43%) e dagli apparecchi elettrici (+31%).

Da Libia, Algeria, Nigeria, Angola ed Egitto prevalgono le importazioni di minerali, mentre da Costa d’Avorio, Kenia e Ghana i prodotti agroalimentari, da Marocco e Tunisia macchinari e mezzi di trasporto, dal Sud Africa, Zimbawe e Namibia metalli e pietre preziose. Secondo il MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, le opportunità commerciali nel continente africano sono vaste, sebbene sussistano ovviamente differenze a seconda dello stadio di sviluppo delle diverse economie. Mentre in quelle più avanzate vi sono possibilità per tutti i prodotti del Made in Italy e per una vasta gamma di macchinari industriali, nelle economie ancora in fase di sviluppo gli elementi cardine del commercio italiano sono i beni capitali, i prodotti chimici e della metallurgia.

IDE italiani in Africa

L’Italia è il terzo investitore UE in Africa dopo Olanda e Francia, e l’ottavo a livello mondiale dopo UK, Cina, USA, Mauritius e Sud Africa (dati UNCTAD - Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo). Secondo il MAECI lo stock di investimenti diretti esteri italiani (IDE) in Africa al 2019 ammontava a 29,7miliardi di euro, mentre quelli africani in Italia erano pari a 1,9 miliardi.
Nel 2019 erano presenti nel continente africano circa 1740 aziende italiane, che occupavano 75.700 addetti con un fatturato di 25,8 miliardi di euro, operanti soprattutto nei settori energia, costruzioni e infrastrutture, trasporti, logistica e meccanica. I principali nomi sono Eni, Enel, Saipem, Webuild, Trevi, Ferrero, Campari, Parmalat, Iveco, Fata, FCA, Piaggio, Italferr, Danieli, Maccaferri, Pirelli Tyre, Prysmian, Ansaldo, Bonfiglioli, Maire Tecnimont, Datalogic, De Longhi, Fincantieri, Leonardo, Lucchini, Safilo, Luxottica, Mapei, Cementir, Savino del Bene.
Secondo il MAECI la carenza infrastrutturale che caratterizza gran parte del continente africano offre una variegata gamma di opportunità di investimento alle imprese italiane. Costruzioni per edilizia abitativa, scuole, ospedali. Infrastrutture per la rete stradale, ferroviaria, portuale, elettrica, idrica (distribuzione e trattamento). Logistica e gestione (estrazione o raccolta, stoccaggio, trasformazione e spedizione) delle risorse naturali disponibili. Nelle economie africane più avanzate il MAECI propone anche i settori legati ai beni di consumo, quali il tessile e abbigliamento, l’agro-alimentare, i mobili e l’arredamento, oltre a beni di investimento quali macchinari e mezzi di trasporto. E, data la presenza in alcuni paesi di industrie energetiche e di trasformazione, ci sono opportunità anche nella chimica.

Outlook dell’economia africana secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI)
Secondo le elaborazioni della Direzione Studi e Ricerche Intesa Sanpaolo su dati FMI, nell’ultimo ventennio il continente africano è progredito linearmente con la crescita globale dei Paesi emergenti, mantenendo costante il peso in termini percentuali. Nel dettaglio, l’area MENA (Middle East and North Africa) rappresenta il 5,6% del PIL mondiale, più contenuta è l’incidenza dell’Africa Sub Sahariana che nel 2020 rappresentava il 3,3% del totale. Per il 2022 il FMI stima che la crescita del PIL mondiale si attesterà al 4,4%, trainata in particolar modo dai mercati emergenti (4,8%). Nel dettaglio, nel 2022 l’area MENA è attesa in crescita del 4,4% e l’Africa Sub Sahariana del 3,7%.

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