Agrusti: «Guerra e caro-prezzi, siamo nella tempesta perfetta»

Il report di Confindustria sulla congiuntura pubblicato nei giorni scorsi mostra come l’impatto della guerra in Ucraina si stia traducendo in un duro colpo alla ripresa, ma anche in un’occasione per ripensare il modello di business 

Un duro colpo alla ripresa, ma potenzialmente anche l’occasione per ripensare il modello di business a cominciare dalla struttura delle filiere. La guerra in Ucraina sta mettendo a dura prova l’imprenditoria del Triveneto, già fiaccata dall’impennata dei prezzi di molte materie prime. Per Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico, «siamo nel pieno di una tempesta perfetta. Le difficoltà rilevate a livello nazionali sono più accentuati in un territorio a forte vocazione manifatturiera come il Triveneto».

Nei giorni scorsi Confindustria ha pubblicato il report L’economia italiana alla prova del conflitto in Ucraina sulle ricadute dello scenario internazionale sull’economia nazionale. Con la guerra che accentuato i problemi già evidenti per il caro-commodity e i colli di bottiglia in alcune catene di fornitura globali.

«L’impatto sull’attività economica agisce come uno shock di offerta profondo, al momento difficilmente quantificabile, perché il quadro è in continua evoluzione», si legge nello studio. Gli effetti della crisi a livello globale – ricordano gli analisti – si differenziano sensibilmente tra aree e settori, in base alla vicinanza al conflitto, alle dipendenze da petrolio, gas e altre commodity e, in generale, alle connessioni produttive e finanziarie con i paesi direttamente coinvolti nella guerra.

«In un Paese come il nostro, caratterizzato da un’industria di trasformazione a fronte di una forte carenza di materie prime, ci troviamo a pagare un prezzo più alto di altre economie», aggiunge Agrusti.

Qualche numero può aiutare a comprendere i valori in gioco. La Russia nel 2020-21 ha esportato 38 milioni di tonnellate di grano, pari al 14,8% del totale mondiale ed è il settimo produttore al mondo di rame, con una quota pari al 3,8% del totale. Nel caso del gas, i mercati prezzano l’incertezza sugli approvvigionamenti in Europa, vista l’elevata dipendenza del continente dall’import russo di questa fonte.

«Le aziende di macchinari e componentistica coorelata sono la cartina di tornasole dello scenario prossimo futuro e in questo caso i segnali sono molto preoccupanti», segnala Laura Dalla Vecchia, presidente di Confindustria Vicenza. «Molti degli investimenti sono stati congelati o annullati e questo significa che gli imprenditori vedono nero per lo scenario 2022 e 2023».

La sensazione è che l’economia stia scivolando in uno scenario recessivo tra inflazione che zavorra i consumi delle famiglie e costi crescenti che comprimono i margini delle aziende. In questo contesto, Dalla Vecchia lamenta un atteggiamento della politica nazionale “di breve termine”, caratterizzato da misure non in grado di avviare un circolo virtuoso.

Qualche esempio? «Si è speso per incentivare l’acquisto di monopattini elettrici, mentre si sarebbero potute impiegare le medesime risorse per sostenere la ricerca e sviluppo finalizzata alla transizione energetica». Per la presidente di Confindustria Vicenza, l’esempio da seguire è quello regionale veneto, «dove si è creato un comitato tecnico-scientifico per gestire i fondi del Pnrr, nel quale collaborano aziende, istituzioni e uomini della scienza».

Giovanni Costa, accademico di lungo corso e analista di sistemi imprenditoriali e manageriali, invita a vedere le opportunità che possono derivare dal difficile presente. «Le aziende che oggi soffrono maggiormente sono da una parte quelle che hanno puntato su una delocalizzazione opportunistica, spinta cioè dalla ricerca del prezzo più basso, e dall’altra quelle che si sono chiuse nel proprio territorio».

Mentre, ricorda Costa, anche negli ultimi mesi ci sono state realtà come Somec, Carel e Stevanato che hanno annunciato un’espansione geografica sia per migliorare la catena di fornitura, sia per servire meglio la clientela dei territori in cui operano. «Dunque l’accento più che sul reshoring dovrebbe essere posto sul right-shoring, un’idea diversa di globalizzazione che punta da una parte alle economie di scala, dall’altra alla diversificazione quanto a presenza produttiva e distributiva».

Con il Pnrr che sta per entrare nel vivo, Costa vede nella situazione attuale «una straordinaria opportunità per ripensare il posizionamento e l’organizzazione delle imprese del territorio, imparando dagli errori resi evidenti prima dalla pandemia e poi dal conflitto in corso».

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