La Cgia di Mestre: «La burocrazia costa alle imprese venete 5 miliardi di euro l'anno»

Un costo esorbitante quello della burocrazia della Pa a carico delle imprese, che pesa, a livello nazionale, ben 57 miliardi di euro. Tempi, costi e complessità burocratici rischiano di mettere a repentaglio la realizzazione degli investimenti del Pnrr

VENEZIA. La burocrazia ha un costo esorbitante per le imprese venete. Pesa ben 5 miliardi di euro l’anno. A stimarlo è l’ufficio studi della Cgia di Mestre denunciando ancora una volta come i tempi, i costi e la farraginosità della cattiva burocrazia costituiscano un problema che caratterizza negativamente il Paese, all’interno del quale sono presenti forti differenziazioni tra Nord e Sud, nonché tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale.

Nel Mezzogiorno, dove la nostra Pubblica Amministrazione (PA) è meno efficiente, la situazione è maggiormente critica. Non è un caso, infatti, che molti investitori stranieri rifiutano a trasferirsi in Italia proprio per la difficoltà di approcciarsi con il nostro sistema burocratico che non ha eguali tra i nostri principali partner europei.

E come segnala l’OCSE, la produttività media del lavoro delle imprese italiane è più elevata nelle zone dove l’Amministrazione pubblica è più efficiente. Per contro, dove invece è più bassa, la produttività del settore privato ne risente negativamente. In questo studio, inoltre, si dimostra che l’inefficienza del settore pubblico “produce” maggiori costi economici alle piccole che alle grandi imprese[1]. Da questo punto di vista il Veneto è uno dei territori più virtuosi d’Italia: le performance della nostra PA sono di buona qualità.

In Italia la qualità istituzionale del Veneto è buona

Se, comunque, ci confrontiamo con il resto d’Europa, il gap rimane molto importante. Nel 2021 l’Università di Göteborg ha redatto un’indagine sulla percezione della qualità, imparzialità e corruzione delle PA in 208 regioni europee. Nel risultato finale il Veneto si colloca al 109° posto; in Italia solo la Provincia Autonoma di Trento (al 100°) e il Friuli Venezia Giulia (al 104°) fanno meglio di noi. Puglia (190°), Sicilia (191°), Basilicata (196°), Campania (206°) e Calabria (207°) si “piazzano” negli ultimi 20 posti delle graduatoria generale. Fanalino di coda a livello europeo è la regione rumena di Bucaresti-Ilfov; quella più virtuosa tra le 208 monitorate, invece, è la finlandese Ǻland. L’indice finale sulla qualità istituzionale redatto dall’Università di Göteborg è frutto di un mix di quesiti posti ai cittadini che riguardano la qualità dei servizi pubblici, l’imparzialità con la quale questi vengono assegnati e la corruzione. Nello specifico i quesiti convergono su tre servizi pubblici che hanno valenza più “territoriale”: istruzione, sanità e pubblica sicurezza; l’indice finale, oltre ai dati delle indagini regionali, tiene conto anche di altri servizi più generali (ad esempio la giustizia), includendo alcuni indicatori del WGI data della Banca mondiale (dati nazionali).

A rischio il PNRR

Con una PA malconcia l’attuazione degli investimenti previsti con il Next Generation EU rischiano di non essere realizzati. In relazione ad una opera pubblica, ad esempio, la capacità di progettare, affidare, eseguire e terminare i lavori in tempi accettabili è un problema che in Italia ci trasciniamo da tempo immemorabile. Una legislazione debordante, una burocrazia amministrativa snervante e, in molti casi, con livelli di efficienza imbarazzanti rischiano di compromettere il trasferimento delle risorse economiche previste dal PNRR.

Come migliorare la Pubblica amministrazione

Secondo l’Ufficio studi CGIA, il miglioramento dell’efficienza della macchina pubblica deve svilupparsi secondo tre direttrici: innanzitutto attraverso una digitalizzazione estesa del rapporto tra PA e imprese, soprattutto attraverso il dialogo tra le banche dati pubbliche; standardizzazione dei procedimenti e della modulistica; riorganizzazione delle competenze e riduzione del numero di enti pubblici coinvolti nel medesimo procedimento. In questo modo si creeranno le condizioni per applicare finalmente il principio dell’ “once only”, in base al quale le pubbliche amministrazioni non possono chiedere all’impresa i dati già in loro possesso. Infine, secondo gli artigiani mestrini, l’impresa deve poter contare su norme chiare, senza doversi assumere la responsabilità di interpretazioni incerte, rischiando di essere sanzionata a seguito di controlli da parte di soggetti diversi, non coordinati, o che interpretano in maniera differente la medesima normativa. In sintesi, le imprese chiedono che il rapporto con la PA si semplifichi con una sola istanza, una sola piattaforma informatica, una sola risposta ed un solo controllo. Fondamentale, infine, il monitoraggio delle semplificazioni già introdotte, ed evitare l’emanazione continua di nuove norme che modificano le precedenti, complicando ulteriormente la vita delle imprese.

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