Alec Ross: «Per evitare la stagnazione l’Italia deve sprigionare il suo genio e la sua imprenditorialità»

Alec Ross, già consigliere per l’Innovazione durante la presidenza Obama, è uno dei più ascoltati guru sul mondo delle tecnologie e autore del bestseller “Il nostro futuro” edito in Italia da Feltrinelli. Sarà protagonista a Trieste, il 27 maggio, della seconda giornata del Festival del cambiamento.

GORIZIA. E’ conto alla rovescia per il debutto del Festival del cambiamento, la due giorni che si snoderà tra Gorizia e Trieste, il 26 e 27 maggio, organizzata dalla Camera di Commercio Venezia Giulia in collaborazione con The European House - Ambrosetti e che si occuperà di temi di grande attualità con personaggi di caratura internazionale. Tra questi, Alec Ross (atteso il 27 maggio a Trieste), autore de “I furiosi anni Venti”, distinguished adjunct professor all’Università di Bologna, esperto di nuove tecnologie e già consigliere di Hillary Clinton e Barack Obama.

Ross, il suo ultimo libro si intitola I furiosi anni Venti. Come la pandemia e una guerra così vicina all’Europa stanno cambiando il mondo? Viviamo nell’epoca della rabbia?

«Questo è un decennio dominato dalla rabbia. Basti pensare alle conseguenze tragiche della pandemia e della guerra in Ucraina, così vicina all’Europa. Un periodo storico che mi ricorda il diciottesimo secolo nel mezzo della più grande ondata di rivoluzioni nella storia d'Europa. Non diverso dai primi anni Trenta con l’avvento del nazismo in Germania e del fascismo in Italia quando invece gli Stati Uniti scelsero il liberalismo. Viviamo insomma un’epoca in cui bisogna scegliere fra il bene o il male. E per farlo penso che sia venuto il momento di riscrivere il nostro contratto sociale. Nel mio libro ho cercato di far luce su questo decennio che spero si concluda con meno rabbia di come è iniziato».

Un ampio capitolo del suo libro è dedicato al capitalismo degli stakeholder. Come le imprese possono coniugare responsabilità sociale e profitto?

«È qui che la politica diventa importante. Lasciato a se stesso, il mercato è come un animale selvaggio. E anche se non sono a favore di una regolamentazione eccessiva, penso che la politica debba fissare regole e valori in grado di orientare gli incentivi al mercato coniugando responsabilità sociale e profitto. Per fare un esempio, è compito della politica promuovere fonti di energia alternativa più competitive e sostenibili in termini di costi. Questo non solo tassando i combustibili fossili, ma anche costruendo le infrastrutture che consentano di fornire energia pulita in modo efficiente. Sono anche favorevole a coinvolgere i lavoratori dipendenti nella proprietà delle aziende in cui lavorano, anche con forme di azionariato diffuso, così da trarre beneficio dall'apprezzamento del valore del loro capitale. Si tratta di attenuare le diseguaglianze. Negli Stati Uniti l'1% più ricco possiede 15,86 trilioni di dollari in azioni, mentre il 50% più povero possiede solo 0,18 trilioni. Ma ciò non accade solo negli Stati Uniti. Le ventisei persone più ricche del mondo detengono un patrimonio superiore a quello di metà della popolazione mondiale. Per questo vanno riformati i mercati finanziari dando ai dipendenti l'opportunità di incassare lo stipendio ma anche di veder crescere il loro capitale».

Saremo sempre più digitali e connessi ma anche pronti a condividere beni e servizi? Come vede il futuro delle nostre città?

«L’essere digitali non è necessariamente un fattore di sviluppo urbanistico e sociale delle città. Noto che molte persone stanno andando a vivere in borghi e paesi più tranquilli per evitare lo stress delle metropoli. Ciò è un vantaggio. Proprio grazie alle connessioni digitali e allo smart working possiamo lavorare, essere produttivi e beneficiare di uno stile di vita più rilassato e tranquillo fuori dalle grandi città e dagli uffici. Penso in sostanza che la prossima fase della digitalizzazione cambierà la distribuzione di ricchezza e benessere che non saranno più concentrati nelle grandi metropoli«.

La crisi del Covid ha rivelato la dipendenza dei Paesi occidentali dalle filiere produttive emergenti e quindi la necessità di rilocalizzare almeno una parte della produzione strategica. Anche la guerra in Ucraina sta cambiando gli equilibri dei mercati. Quale lezione dobbiamo trarne anche in Italia? Fine della globalizzazione?

«La globalizzazione non è finita ma è un fenomeno in trasformazione. Il mondo oggi è come una scacchiera di 196 paesi. Viviamo in un mondo più semplice con alleanze chiare, mutevoli ma instabili. L'Italia deve fare scelte basate sia sui suoi interessi che sui suoi valori. Calibrare interessi e valori significa agire con intelligenza e saggezza, come dovrebbero fare i nostri leader. Uno degli effetti di questa trasformazione sarà che anche le imprese italiane riporteranno a casa la produzione dall’estero. E per questo l'Italia è in forte vantaggio anche grazie ad aziende come la pugliese Roboze che produce le migliori stampanti 3d del mondo. Questo rifacimento dell'ordine mondiale può fare bene all'Italia».

Quali strategie devono seguire le imprese per reagire a questa economia da tempo di guerra dominata dai blocchi commerciali? Più innovazione?

«Gli imprenditori devono essere capaci di interpretare il rischio geopolitico come non era mai accaduto dalla seconda guerra mondiale. Questo significa che le imprese nell’attuale situazione devono essere agili e adattabili. Una efficace diplomazia aziendale diventa fondamentale per garantire il funzionamento delle catene di approvvigionamento. In questo decennio degli anni Venti è impossibile eliminare il rischio geopolitico o avere il controllo totale della situazione. Per questo serve è necessario essere molto dinamici ed efficienti nei processi decisionali. L'ho visto ad esempio con aziende intelligenti come il Gruppo Fontana leader mondiale nel settore dei fasteners con sede in Lombardia e Pelliconi, che produce oltre 40 miliardi di tappi ogni anno. Bisogna essere capaci di garantirsi l’accesso alle materie prime e di prevederne l’aumento dei costi».

Sarà necessaria una nuova austerity come negli anni Settanta in Italia?

«Assolutamente no. L'austerità non funziona. Dobbiamo riuscire a crescere nonostante dalla stagnazione. Il motivo principale per cui gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi finanziaria più velocemente e più forti della maggior parte dei paesi europei è perché il modello di Obama di investire in infrastrutture e competenze è stato più efficace del modello tedesco del rigore. Va bene tagliare il grasso, ma con troppo rigore tagliamo anche i muscoli. Non funziona».

Come diventare autosufficienti sul piano energetico?

«L'Italia deve fare tutto il possibile per diventare più autosufficiente in termini di approvvigionamento energetico. Dobbiamo creare enormi parchi eolici come nelle montagne abruzzesi. L'interno della Sicilia che brucia con 40 gradi di calore dovrebbe essere rivestito di pannelli solari. E l'idroelettrico? L'Italia è circondata dall'acqua. I prodotti esistono, dobbiamo sfruttare eolico, solare e idroelettrico per produrre energia più sostenibile per combattere l'inflazione».

Come affrontare questa complicata fase economica sviluppando l’industria?

«Dobbiamo riformare le politiche industriali in modo che sia più facile essere imprenditori in Italia. Fare l'imprenditore in Italia è come correre la maratona con uno zaino pieno di sassi. Per evitare la stagnazione l’Italia deve sprigionare il suo genio e la sua imprenditorialità».

Quale deve essere il ruolo dell’Europa? E quello degli Stati Uniti?

«Per troppo tempo gli europei non sono stati protagonisti. Per usare una metafora calcistica ci sono solo due squadre in campo, una americana e una cinese. Più che mettere in campo la propria squadra, gli europei hanno giocato il ruolo dell'arbitro, fischiando e distribuendo cartellini gialli. L'arbitro può aiutare a determinare l'esito della partita ma non vince mai la partita. Per vincere davvero negli anni 2020 abbiamo bisogno che gli europei mettano in campo la propria squadra».

Ispirandosi a quale modello?

«La squadra cinese è stata scelta da un governo autoritario che promette stabilità in cambio di controllo e potere politico. L'altra squadra è guidata dai "ragazzi" imprenditori della California che hanno sviluppato un modello di sviluppo del settore privato che consente loro di diventare una super élite globale, con livelli di ricchezza e di potere che erano impensabili decenni fa. L’Europa deve scegliere una squadra che si ispiri a un modello di contratto sociale e di crescita economica che stabilisca un equilibrio tra imprese, governo e cittadini».

E gli Stati Uniti?

«Gli Stati Uniti sono un Paese diviso a causa di un conflitto quasi tribale che non riesce a essere un attore globale efficace ma deve pensare a mantenere l’ordine casa propria».

p.fiumanò@gnn.it