Europa in corsa per le terre rare africane

L’Africa rappresenta l’alternativa al monopolio cinese di elementi indispensabili per il progresso nelle tecnologie digitali

L’Africa è centrale per le strategie energetiche ed industriali dell’Europa. Non solo gas e petrolio, ma anche risorse minerarie.
Emblematica a tal proposito è la questione delle “terre rare”, cioè i 17 elementi chimici della tavola periodica considerati fondamentali per il progresso nelle tecnologie digitali e verdi. Utilizzati per motori elettrici, turbine eoliche, smartphone, apparecchiature mediche, sistemi radar, etc. Sono elementi in realtà piuttosto abbondanti in natura, più di altri come per esempio il rame o il nichel. Ma a renderle “rare” sono la distribuzione geografica e il processo di estrazione ad alto impatto ambientale.
Oggi c’è un monopolio cinese nell’accesso e nella lavorazione industriale delle terre rare, che Pechino utilizza come arma geopolitica. Secondo i dati dello US Geological Service, l’agenzia americana che si occupa di materie prime, nel 2020 la Cina era responsabile della produzione di poco meno di due terzi delle terre rare complessive, seguita da Vietnam e Brasile, Russia, India, Australia, Groenlandia e Stati Uniti.

Così, per cercare di ridurre questa dipendenza entra in gioco l’Africa. Perché, secondo le stime internazionali più accreditate, il continente avrebbe vaste riserve di terre rare. L’Ispi indica che i maggiori depositi stimati si trovano in Sudafrica, Madagascar, Malawi, Kenya, Namibia, Mozambico, Tanzania, Zambia e Burundi. Anche se pochi sono sinora i siti di estrazione operativi.
Con questo ulteriore potenziale in ambito minerario l’Africa aumenta quindi la sua rilevanza nello scacchiere geopolitico mondiale, e ne sta diventando consapevole. Nel settembre 2021 l’African Development Bank ha fatto realizzare dall’African Natural Resources Centre un report dal titolo “Rare Earth Elements. Value Chain Analysis for Mineral Based Industrialization in Africa”. Come osserva Confindustria Assafrica & Mediterraneo, il ragionamento alla base del rapporto è la valutazione delle sfide e delle opportunità legate allo sfruttamento delle catene del valore delle terre rare per contribuire sia alla transizione globale verso un futuro a basse emissioni di CO2 sia all’aumento dello sviluppo socioeconomico dei paesi africani. L’intenzione alla base dello studio, che è rivolto ai decisori politici africani, è di approfondire la situazione del continente nel tentativo di sviluppare prodotti basati sulle terre rare come magneti e batterie. Questo significherebbe nuovi posti di lavoro, crescita del PIL e risparmio di valuta estera, dal momento che oggi l’Africa importa una gran parte di prodotti finiti e tecnologici.

La mappa dei depositi delle terre rare


Questo però comporta l’esigenza di mettere sul piatto, da parte di chi è interessato alle ricchezze minerarie africane, know-how e tecnologie per lo sviluppo dell’economia locale. Un trade-off che sia cioè vantaggioso anche per le nazioni africane. Opportunità per l’Europa?
L’Unione Europea, che importa il 98% del suo fabbisogno di terre rare dalla Cina, a settembre 2020 ha reso pubblico l’Action Plan on Critical Raw Materials. Obiettivi: aumento dell’autonomia strategica e diminuzione della dipendenza da Pechino. Non solo attraverso progetti di riciclo, ma anche aumentare partenariati strategici con i Paesi africani così da assicurare una diversificazione dell’approvvigionamento. In occasione del vertice UE-Africa a Bruxelles lo scorso febbraio, l’UE ha annunciato investimenti in Africa per 150 miliardi di euro attraverso il pacchetto Global Gateway Africa-Europe. Cinque le aree: transizione verde; transizione digitale; sviluppo sostenibile e creazione di posti di lavoro dignitosi; sanità; educazione e formazione. L’impegno per lo sviluppo delle materie prime critiche, che includono le terre rare, è richiamato esplicitamente nei piani per lo sviluppo sostenibile e la creazione di lavori dignitosi, per i quali l’UE dichiara che sosterrà i Paesi partner nell’estrazione e nel conferimento di valore aggiunto a livello locale alle materie prime minerali prodotte localmente.
L’obiettivo molto ambizioso è di consentire, entro il 2030, ai Paesi africani di integrare le loro materie prime e le loro risorse in catene del valore globali sostenibili. «L’Italia non deve perdere l’opportunità di trovare il proprio spazio all’interno di questa iniziativa europea, come attore di primo piano prendendo parte alla partnership con gli altri Paesi dell’Unione Europea per aprire opportunità di estrazione e raffinazione in Africa», osserva il presidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo, Massimo Dal Checco. «In questo contesto le imprese del nostro Paese possono lavorare con i Paesi africani nella produzione delle terre rare grazie alle competenze tecniche e al know-how che il Made in Italy è capace di esprimere».
Nel frattempo, nella corsa strategica all’approvvigionamento minerario africano sono coinvolti in tanti, oltre alla Cina. Per esempio imprese russe sono presenti in Madagascar e in Zimbabwe, dove c’è un’enorme riserva di platino e dove si stima vi sia anche un grande giacimento di cerio e lantanio, due dei 17 elementi “rari”. E ovviamente gli Stati Uniti, che hanno avviato una serie di negoziazioni, in particolare con Burundi e Malawi, per potersi assicurare i diritti di estrazione e farsi spazio in questo mercato.