Feltrin (Federlegno): «Chiesto all’Ue lo stop dell’export di legno a salvaguardia della nostra filiera»

Claudio Feltrin, presidente di Federlegno Arredo

La misura è volta a garantire l’approvvigionamento delle imprese del vecchio continente dopo lo stop delle esportazioni deciso da alcuni Paesi, come Russia, Francia e Svizzera, che hanno fatto venir meno una quota importante di materia prima in Italia ed Europa. Il Salone? «Un traguardo di cui esser fieri» ha detto Feltrin che ha evidenziato, tra i tanti temi, quello della sostenibilità.

MILANO. «Un traguardo di cui essere fieri». Così il presidente di Federlegno-Arredo, il veneto Claudio Feltrin, Ad della Arper, ha dato il via, martedì scorso, all’edizione numero 60 del Salone del mobile di Milano, riconsegnando i 2.200 protagonisti (tante le imprese partecipanti, di cui 66 dal Fvg, ndr) al loro quotidiano.

Tra gioie (tante quelle regalate dal Salone) e qualche dolore, legato in particolare al caro materie prime, alla loro difficoltà di reperimento, al prezzo dell’energia ancora alto, alle complessità della logistica.

Temi che in concomitanza del Salone, nonostante l’euforia, non sono stati accantonati. Anzi. La Federazione, con il contributo fondamentale del presidente di Assopannelli, Paolo Fantoni, avvezzo alle relazione in Europa grazie agli anni trascorsi alla guida della Federazione europea dei produttori di pannelli, ha formalizzato all’Europa una richiesta che, se accolta, potrebbe cambiare molto la geografia dell’approvvigionamento di legno nel Vecchio continente.

Presidente Feltrin, cos’avete chiesto all’Unione Europea?

«Abbiamo chiesto, coinvolgendo le altre federazioni europee grazie in particolare al lavoro di Fantoni, il blocco delle esportazioni dei tronchi al di fuori dell’Europa, perché se ci manca materia prima (anche in conseguenza del blocco delle esportazioni deciso dalla Russia già l’anno scorso e dallo stop di Svizzera e Francia, ndr) facciamo autogoal».

Quali altre strategie per migliorare l’approvvigionamento?

«Dovremo saper sfruttare meglio le risorse naturali, a partire dal legno che è una delle materie prime principali per il nostro comparto. La politica forestale è la base per poter iniziare un nuovo corso, è stata varata all’inizio di quest’anno, sulla base delle indicazioni dell’Unione Europea: ora stiamo lavorando con il ministero per metterla a terra. Ma ci sono molti ostacoli da superare».

Quali?

«Per esempio le vie d’accesso che mancano a molti boschi e la carenza di segherie, gap che andranno risolti con una politica di incentivi».

Veniamo al Salone, che cosa ha significato per il mondo del mobile il ritorno in fiera?

«Abbiamo celebrato una grande ripartenza. Con stand meravigliosi, con operatori che non vedevano l’ora di incontrarsi e con un’affluenza incredibile. La realtà ha superato ogni più rosea delle nostre previsioni».

Peccato che una parte dei buyer esteri non abbiano potuto partecipare. Su tutti russi, ucraini e parte dei cinesi...

«Già l’anno scorso la Cina aveva preannunciato che non avrebbe aperto al traffico degli operatori, ci si aspettava che non fosse presente e quindi ci siamo attrezzati con collegamenti streaming».

Il rimbalzo del mobile innescato dal Covid sta proseguendo?

«Dati sul secondo semestre dell’anno ancora non ne abbiamo, ma la sensazione è che il rimbalzo continui, anche se un impatto, dovuto all’aumento delle materie prime e dei costi energetici, che incidono sulla logistica, un effetto lo avranno. Le nostre aziende sono state costrette a ritoccare di un 10-20% i listini».

Uno dei leitmotiv del Salone è stato quello della sostenibilità delle produzioni. Quanto è stringente per il settore?

«È importantissimo e ci accingiamo infatti a presentare, il prossimo 27 giugno, i piani operativi che suggeriscono alle nostre imprese quali azioni mettere in campo. Perché essere sostenibili, oggi e sempre più in futuro, sarà un’àncora di salvezza, una garanzia di sopravvivenza. I giovani, i consumatori di domani, sono infatti molto sensibili rispetto a questo tema. Non tenerlo in considerazione rischia, nel giro di qualche anno, di mettere fuori mercato molte aziende». 

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