Logistica e traffici, come il Covid e la guerra stanno cambiando i modelli d’impresa

Se ne parla sul nuovo numero di Nordest Economia che uscirà martedì 21 giugno allegato a Messaggero Veneto, Il Piccolo, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso, La Nuova Venezia e Corriere delle Alpi.

PADOVA. L’approvvigionamento delle merci e la logistica sono usciti sconvolti dalla pandemia. I porti cinesi bloccati, il Canale di Suez paralizzato da un incidente e poi dall’impossibilità di smaltire velocemente il sovraccarico conseguente, la mancanza di container, il rincaro dei noli marittimi. Tutti aspetti di una stessa crisi globale scoppiata con la ripresa successiva alle fasi più difficili della epidemia da coronavirus. Ne parliamo nel numero del mensile Nordest Economia in uscita martedì 21 giugno.

In effetti la guerra in Ucraina si è innestata su uno scenario già difficile, aggiungendo oltre al carico di sangue e dolore, specifiche emergenze economiche, anche nel campo dei trasporti globali delle merci. È uno scenario, tuttora in evoluzione, che non ha lasciato immobili le imprese, chiamate a riprogettare il proprio funzionamento e le proprie relazioni con clienti e fornitori.

Il che comporta che proprio i problemi mondiali della logistica, che poi è il modo stesso in cui sta cambiando l’economia globale, abbiano rappresentato un motore potente di una trasformazione tuttora in atto proprio nelle imprese e nelle loro reciproche relazioni.

Una delle risposte adottate è l’accorciamento della catena delle forniture. Secondo una indagine per Nordest Economia di Intesa Sanpaolo presso i propri gestori, già a fine 2021 emergeva con chiarezza la tendenza ad una revisione.

Circa il 60% dei gestori dichiarava di aver osservato un ripensamento nelle politiche di approvvigionamento della propria clientela verso fonti più vicine, rivolgendosi, in particolare, a fornitori della stessa regione o comunque basati in Italia.

Nel Nordest questa percentuale era addirittura superiore ed era pari a circa il 66%: di questi il 25,2% indicava un maggior ricorso a fornitori in regione, il 18,4% in altre regioni italiane e il 22,2% in Europa.

Insomma una delle risposte è stato il reshoring, il “rimpatrio” delle basi produttive dall’Estremo Oriente a territori meno remoti. Un’altra risposta possibile è stata la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di materie prime e semilavorati, specialmente dopo che alla pandemia si è aggiunto il secondo disastro epocale dei nostri anni, vale a dire la guerra in Ucraina.

Poi ci sono le imprese più attrezzate sul piano dimensionale e su quello della ramificazione internazionale. Una strategia perseguita da questa élite è stato lo shopping internazionale e l’apertura di stabilimenti nei mercati dei clienti finali, ad esempio negli Stati Uniti.

Complessivamente, il mondo è diventato sicuramente diverso rispetto agli anni d’oro della globalizzazione. E l’esito di tutto il processo in corso non è ancora del tutto definito.

Come afferma Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, «è prematuro ipotizzare che il mondo possa evolvere verso due blocchi ben distinti. È più probabile, e i segnali ci sono già, – sottolinea Caracciolo – che emergano tendenze autarchiche, con le produzioni che vengono trasferite in patria o spostate da un Paese all’altro».

m.caiaffa@gnn.it