[L’analisi] Marzotto, Benetton, Olivetti e Del Vecchio: i capitani d’industria e il bisogno di rappresentanza

Questi capitani hanno concorso a rafforzare l’orgoglio industriale, proponendo esperienze e modelli funzionali che formano la nostra identità. Leonardo Del Vecchio ha svolto in modo egregio questo compito a Nordest. Ha mostrato che è possibile non solo mettere insieme il livello globale (finanza, distribuzione e innovazione) e il livello locale (produzione), ma anche mantenere legami profondi con il territorio

Lo spazio dedicato alla figura di Leonardo Del Vecchio, capitano di industria tra i più autorevoli del secondo dopoguerra, ha molto a che fare con il tema, apparentemente secondario, della rappresentanza.

L’Italia è un paese fatto di comunità locali, gilde e associazioni, piccole imprese e distretti produttivi. Un paese che sta in piedi grazie al lavorio incessante di milioni di formiche. Eppure, queste formiche hanno bisogno di una storia in cui riconoscersi e di leader capaci di rappresentare il corso di quella storia. Giovanni Agnelli lo è stato nell’era del capitalismo nazionale, Adriano Olivetti e Gaetano Marzotto nell’era delle città impresa, Luciano Benetton nell’era delle reti e dei distretti intelligenti, Sergio Marchionne nell’era del distacco tra impresa e territorio.

Cosa accomuna questi capitani? Che imprimono una svolta, nella narrativa nazionale, proponendo modelli di sviluppo, di azione, nei quali il formicaio possa riconoscersi. Agnelli ha dimostrato l’efficacia del sistema auto nazionale, come intreccio complesso tra capitalismo e Stato, non solo in Italia, ma in Russia, India, America Latina.

Marchionne ha dimostrato la necessità della separazione tra grande industria e territorio, in alcuni settori della globalizzazione. Luciano Benetton ha inventato forme innovative di comunicazione, che hanno restituito orgoglio al Made in Italy nel mondo.

Così come Olivetti e Marzotto hanno mostrato che nelle città impresa, si può vivere meglio, e modernamente, più che nel cuore di Milano. Questi capitani hanno concorso a rafforzare l’orgoglio industriale, proponendo esperienze e modelli funzionali che formano la nostra identità.

Leonardo Del Vecchio ha svolto in modo egregio questo compito a Nordest. Ha mostrato che è possibile non solo mettere insieme il livello globale (finanza, distribuzione e innovazione) e il livello locale (produzione), ma anche mantenere legami profondi con il territorio, nonostante le ville e la ricchezza sparse in tutto il mondo. E battersi per esso in contesti molto distanti da Agordo.

Insomma, è l’intreccio tra il ruolo dei grandi capitani e il formicaio alla base del successo. Le svolte introdotte dai grandi innovatori che hanno influenzato le scelte di altri imitatori. Giovani in rotta di collisione con narrative trapassate, sono attirati dai “maestri” che viaggiano in mondi alternativi.

Così accade che uomini e donne del Cadore si riconoscano leader nell’esportazione, nonostante le vendite di occhiali dipendano più dall’organizzazione di Essilor-Luxottica, che dalla rete locale di conoscenze e relazioni. Perché scatta un meccanismo di identificazione tra formicaio e rappresentante di successo. Un sentimento comune. Che il rappresentante rafforza difendendo con le unghie e con i denti il ruolo e la funzione del proprio territorio. —

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