Daniele Marini: «La globalizzazione si regionalizza. E’ un’opportunità per il Nordest di tornare ad essere attrattivo»

Daniele Marini

L’analisi del direttore Community Research&Analysis alla luce dell’ultima rilevazione di Ben, la Bussola economica del Nordest, sugli orientamenti e i trend economici di 310 imprenditori e manager leader nel territorio

Correvano gli anni ’80 del secolo scorso quando il fenomeno della delocalizzazione ha cominciato a prendere forma nel nostro paese. Un costo del lavoro già allora elevato, così come quello dell’energia, e una tassazione più onerosa rispetto agli altri paesi europei, spinse una parte del sistema produttivo – soprattutto le imprese di dimensioni più strutturate – ad avviare una strategia che prevedeva lo spostamento in un paese estero della parte della produzione a minor valore aggiunto, costituita soprattutto dal lavoro manuale.

Il fenomeno fu così diffuso tanto da sostenere che il Veneto avesse una ottava provincia: Timisoara, in Romania, tante erano le imprese che si erano lì dislocate. Quella strategia era marcata dal bisogno di contenere i costi di produzione e si guardava ai mercati dove andare a produrre soprattutto come luoghi di approvvigionamento. I semilavorati rientravano in Italia per essere assemblati e poi il prodotto completo poteva essere commercializzato. Tuttavia, quella tattica nel medio termine mostrerà la corda e si rivelerà non così conveniente. Perché il costo del lavoro, di approvvigionamento e quelli accessori (tassazione, welfare, formazione,…) nei paesi dove le imprese si erano insediate andava aumentando, facendo così perdere i vantaggi iniziali. Ciò avrebbe comportato il trasferimento in altri paesi, con costi e tempi elevati.

Di qui, prende avvio, dalla metà degli anni ’90, un’altra strategia che in buona misura assorbe e trasforma la precedente: l’internazionalizzazione o multilocalizzazione. Fermo restando che l’obiettivo del contenimento dei costi rimane fondamentale, ciò non di meno si assiste a uno spostamento dell’obiettivo prioritario. In questa fattispecie l’elemento chiave è il voler presidiare un mercato estero ed essere vicino al cliente finale. Dunque, il territorio in cui l’impresa si insedia diventa lo sbocco finale. Per essere più prossimo e più veloce nel dare risposte alle esigenze del mercato, l’intera produzione viene realizzata in loco. Così operando, l’impresa è orientata a diventare leader su quei mercati e a occupare una posizione dominante.

Una conferma alla mutazione di tali orientamenti viene dall’ultima rilevazione presso un ampio gruppo di testimoni privilegiati interpellati da Community Research&Analysis per i Quotidiani del gruppo GNN, con il sostegno del Banco BPM, con BEN – Bussola dell’Economia del Nordest. Come si può osservare, per i due quinti degli imprenditori e manager intervistati (41,5%) il motivo prevalente che spinge un’impresa ad aprirsi ai mercati esteri è la necessità di contenere i costi della produzione e dell’approvvigionamento, motivo leggermente più accentuato in Friuli-Venezia Giulia (41,5%), rispetto al Veneto (37,9%) e ben più marcato per le attività dei servizi (45,9%), ben più che per le industrie (32,2%). Viceversa, ad avere il sopravvento complessivamente sono i fattori della vicinanza ai mercati di sbocco (20,3%) e alla presenza di clienti chiave nei paesi esteri (20,9%), unitamente al fatto di poter disporre di partner qualificati (6,9%) e di lavoratori con una cultura professionale adeguata (3,6%). Un insieme di dimensioni che caratterizzano, appunto, una strategia multilocalizzativa, fatta più propria dal mondo delle industrie, più che dei servizi.

Ma due fenomeni occorsi in questi anni recenti paiono far rivisitare le strategie localizzative delle imprese. Da un lato, la pandemia – in realtà, secondo alcuni studi, già dalla crisi Lehman Brothers del 2008 – e, dall’altro, la crisi determinata dal conflitto russo-ucraino sono fattori cruciali nelle decisioni di dove investire, produrre o commerciare i propri prodotti e servizi. Un esempio evidente viene da quante realtà aziendali hanno chiuso non solo le relazioni, ma anche i propri stabilimenti in Russia, a causa delle sanzioni e della guerra provocata. Un simile riflesso non manca anche per le imprese nordestine. I due terzi degli interpellati (69,0%) ritiene che esse abbiano già mutato le proprie strategie e un altro 26,8% pensa che stiano valutando il da farsi. Nel primo caso, osserviamo una prevalenza fra le aziende del Veneto (71,7%), rispetto a quelle del Friuli-Venezia Giulia (64,2%), e le manifatturiere (73,3%; 67,9% fra i servizi).

Ma cosa accadrà, a quali ridisegni assisteremo nelle catene del valore e di fornitura? In primo luogo, registriamo la consapevolezza che affidarsi a singole catene di fornitura, magari nella logica del costo più basso, non paga. L’esperienza della pandemia ha insegnato che è necessario differenziare le filiere al fine di non generare occlusioni, creando più bacini di approvvigionamento cui poter attingere just in case, e non solo just in time. Poco più della metà degli imprenditori e manager (53,5%) sottolinea questa visione. Se, per contro, solo il 4,6% ritiene non ci saranno sostanziali modificazioni nelle catene di fornitura, gli altri interpellati si dividono quasi in misura analoga lungo tre direttrici. Il 14,5% prevede un processo di reshoring, ovvero il riportare in patria le produzioni delocalizzate. Il 12,9%, invece, intravede l’opportunità di un avvicinamento, ma in paesi limitrofi, più facilmente raggiungibili (nearshoring). Infine, l’11,9% ritiene plausibile che le produzioni precedentemente delocalizzate siano ricollocate in altri paesi esteri, privilegiando però quelli con un regime democratico o comunque più prossimi ai valori occidentali (friendshoring).

Al di là degli indirizzi e delle motivazioni, tali indicazioni confermano come sia in atto un processo di “globalizzazione regionalizzata”. Ciò non significa la fine della globalizzazione, ma un suo nuovo disegno dove la prossimità territoriale delle produzioni e dei fornitori assume una valenza fondamentale. E, di conseguenza, la capacità di un territorio di attrarre investimenti e ricollocazioni diviene fondamentale per la competitività di un sistema sociale e produttivo. E su questo punto, considerati i non propri positivi indicatori socio-economici, il Nordest dovrebbe aprire una riflessione.

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