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Cgia, a Nordest 24 mila imprese insolventi sono a rischio usura

Sono prevalentemente imprese artigiane, piccoli commercianti ed esercenti insolventi che sono stati segnalati dagli intermediari finanziari alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia. «Una “schedatura” – denuncia l’associazione mestrina – che non consente loro di accedere a un nuovo prestito e che li espone al rischio usura»

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(ansa)

MESTRE. Centoquarantasei mila imprese in zona rossa. Di queste, quasi 24mila a Nordest. Prevalentemente aziende artigiane, esercenti, attività commerciali o piccoli imprenditori che, causa insolvenza, sono stati segnalati dagli intermediari finanziari alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia: una “schedatura” che non consente loro di accedere a un nuovo prestito e che li espone al rischio usura.

Secondo l’ultimo report dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre in questa condizione si trovano a livello nazionale ben 146 mila imprese, realtà che danno lavoro a 500 mila addetti. Come detto, di queste quasi 24 mila sono quelle con sede a Nordest, il 16,3%. Un numero significativo ma lontano dalle 50 mila realtà a rischio nel Mezzogiorno, dalle 36 mila del Centro e 35 mila del Nordovest. 

Zoomando sulle regioni del quadrante orientale, è il Veneto quella dove il numero delle imprese con affidamenti in sofferenza e dunque più a rischio usura è maggiore, sono quasi 10mila, mentre in Friuli Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige (regioni che va detto rispetto al Veneto hanno anche uno stock di imprese nettamente più contenuto) il numero si ferma rispettivamente a 2.172 e 1.326. 

Scorrendo l’elenco delle province, nella Top 10, in questo caso tutta negativo, non si trova neanche un capoluogo nordestino. Bisogna scendere fino alla posizione numero 16  per trovare Padova, con 1.946 imprese in sofferenza (1,3% del totale nazionale), seguita a ruota da Vicenza (1.913, 1,3%). Poco più giù Verona (1.747, 1,2), quindi Treviso (1.665, 1,1%),  Venezia (1.489, 1%), Rovigo (562, 0,4%) e Belluno (253, 0,2%) 

La provincia Fvg con il maggior numero di imprese in sofferenza è Udine (1.033, 0,7%), seguita da Pordenone (539, 0,4%), Gorizia (328, 0,2%) e Trieste (272, 0,2%). In Trentino Alto Adige invece Bolzano (519, 0,4%) fa meglio di Trento (807, 0,6%).   

Per Cgia, i destinatari della segnalazione a Bankitalia «è come fossero stati condannati alla “morte civile”: un istituto giuridico diffuso in Europa fino al XIX secolo che al condannato comportava la perdita di tutti i diritti civili e il conseguente allontanamento dalla società. Ricordiamo, infatti, che chi è schedato presso la Centrale dei Rischi difficilmente può beneficiare di alcun aiuto economico dal sistema bancario, rischiando, molto più degli altri, di chiudere o, peggio ancora, di scivolare tra le braccia degli usurai»

Per evitare che questa criticità si diffonda, la CGIA continua a chiedere con forza il potenziamento delle risorse a disposizione del “Fondo di prevenzione dell’usura”.

Strumento, quest’ultimo, in grado di costituire l’unico valido aiuto a chi si trova in questa situazione di vulnerabilità.

«E’ bene ricordare – prosegue l’associazione – che gli imprenditori che “finiscono” in questa black list della Banca d’Italia non sempre lo devono a una cattiva gestione finanziaria della propria azienda. Nella maggioranza dei casi, infatti, questa situazione si verifica a seguito dell’impossibilità da parte di molti piccoli imprenditori di riscuotere i pagamenti dei committenti o per essere “caduti” in un fallimento che ha coinvolto proprio questi ultimi».

Cgia segnala comunque che nell’ultimo anno il numero complessivo delle attività segnalate alla Centrale dei Rischi è sceso di oltre 30 mila unità. Questo si deve, in particolar modo, all’attività di “prevenzione” innescata dalle significative misure pubbliche di garanzia e dalla moratoria dei debiti per le Pmi introdotte in Italia dal 2020 per contrastare la crisi pandemica che ha aumentato notevolmente lo stock complessivo dei prestiti erogati alle attività produttive. Queste iniziative sono state più volte prorogate. Da ultimo, fino al prossimo 31 dicembre, data oltre la quale, il differimento potrebbe terminare definitivamente.

Introdotto con la legge n° 108/1996, il Fondo di prevenzione dell’usura ha cominciato ad operare nel 1998 e prevede due tipi di contribuzione: la prima è destinata ai Confidi, a garanzia dei finanziamenti concessi dalle banche alle attività economiche; la seconda alle fondazioni o alle associazioni contro l’usura che sono riconosciute dal MEF. Queste associazioni consentono alle persone in grave difficoltà economica (lavoratori dipendenti e pensionati) di accedere al credito in sicurezza.

Secondo gli ultimi dati disponibili, nei primi 22 anni di vita, l’importo medio di prestiti erogati da questo fondo è stato di circa 50.000 euro per le Pmi e 20.000 euro per cittadini e famiglie.

Lo stesso si alimenta in prevalenza con le sanzioni amministrative di antiriciclaggio e valutarie. Dal 1998 al 2020, ai Confidi e alle Fondazioni lo Stato ha erogato 670 milioni di euro; tali risorse hanno garantito finanziamenti per un importo complessivo pari a circa 2 miliardi di euro.

Nel 2020 ai due enti erogatori (Confidi e Fondazioni) sono stati assegnati complessivamente 32,7 milioni di euro: di cui 23 milioni ai primi e 9,7 milioni di euro ai secondi. Cifre importanti che, però, secondo l’Ufficio studi della Cgia andrebbero implementate: la crisi, purtroppo, ha spinto molte aziende sull’orlo del fallimento. Attività che se non aiutate rischiano di scivolare nell’insolvenza o, nella peggiore delle ipotesi, nella rete tesa da coloro che vogliono impossessarsene con l’inganno, alimentando così l’economia criminale.

A livello provinciale il numero più elevato di imprese segnalate come insolventi si concentra nelle grandi aree metropolitane. Al 31 marzo scorso, Roma era al primo posto con 12.118 aziende: subito dopo scorgiamo Milano con 8.179, Napoli con 7.199, Torino con 5.320, Firenze con 3.252 e Salerno con 2.987.

Le province meno interessate da questo fenomeno, invece, sono quelle che, in linea di massima, sono le meno popolate: come Belluno (con 253 aziende segnalate alla Centrale Rischi), Sondrio (246) e Aosta (197). 

Secondo il Ministero dell’Interno, le denuncia per usura, nel 2020 (ultimo anno in cui i dati sono a oggi disponibili), le denunce, sono salite a 241 (+26,1 per cento rispetto al 2019), a causa della crisi economica generata dal Covid.

Come riportato dalla Banca d’Italia, dopo la forte espansione verificatasi nel 2020 (+7,4 per cento), l’anno scorso la crescita dei prestiti totali erogati dalle banche e dalle società finanziarie alle imprese ha subito una decisa frenata (+1,7 per cento) che è proseguita anche a marzo di quest’anno (+1,4 per cento rispetto stesso mese del 2021).

Dopo il forte aumento verificatosi nel 2020, grazie alle misure anti crisi messe in campo dall’allora Governo Conte, la richiesta di credito da parte degli imprenditori è scemata.

Va altresì segnalato che, a marzo 2022 su marzo 2021, la variazione degli impieghi erogati alle aziende con meno di 20 addetti è stata negativa (-0,4 per cento).

I ricercatori di via Nazionale sostengono che questo risultato sia riconducibile alla “minore propensione delle banche a finanziare società più opache e relativamente più vulnerabili”.

«Indirettamente – dichiara ancora Cgia – ci confermano quello che temevamo: le difficoltà economiche emerse in questi ultimi sei mesi stanno colpendo i più piccoli e per le banche è meglio non rischiare nell’aiutare chi si trova in difficoltà. Una strategia che rischia di “spingere” involontariamente molti imprenditori verso le organizzazioni malavitose che, soprattutto nei momenti difficili, hanno invece la necessità di reinvestire i denari provenienti da attività criminali nell’economia lecita».

maura.dellecase@gnn.it

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