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La protesta degli allevatori: latte pagato troppo poco alle stalle. «Così lavoriamo in perdita»

Il livello dei costi sostenuto dagli allevatori è aumentato ben di più di quel 24% registrato e i conti non tornano. Il numero di stalle attive, che va assottigliandosi anno dopo anno.

Elena Del Giudice
2 minuti di lettura

UDINE. Nell’ormai lontano 1990 un litro di latte alla stalla spuntava un prezzo di poco più di 600 lire, 30,99 centesimi di euro, nel 2021 era salito a 742 lire di media, 38,33 euro. In trent’anni i produttori si sono visti riconoscere - non senza battagliare - modici aumenti: la variazione 1990/2021 segna +24%. Visto dalla parte del consumatore, l’andamento del prezzo del latte al supermercato è quasi raddoppiato: +96%, da mille e 400 lire al litro alle 2 mila 800 lire (1.44 euro) di oggi.

Ma è il prezzo alla stalla che non è equo, se riteniamo legittimi i “ritocchi” riconosciuti alla filiera. Il livello dei costi sostenuto dagli allevatori è aumentato ben di più di quel 24% registrato (calcolato peraltro sulla media annua e che non tiene conto delle flessioni che pure ci sono state), e i conti - ormai - non tornano. E a dirlo è il numero di stalle attive, che va assottigliandosi anno dopo anno.

«Il prezzo del latte al produttore è troppo basso e non consente di coprire i costi», è l’allarme è lanciato da Assolatte, l'organizzazione che rappresenta il 90% del mercato italiano, a cui si unisce l’associazione allevatori del Fvg con i suoi 600 produttori che non riescono a sostenere economicamente le loro attività. A rischio quindi la sopravvivenza dell’intera filiera di lavorazione.

«La quotazione del latte parte dalla Lombardia, maggiore centro produttivo italiano con grandi latterie e relativa distribuzione. Attualmente il prezzo si aggira attorno ai 55 centesimi al litro al produttore. Ma in questo momento – spiega Cristiano Melchior vicepresidente Coldiretti Udine – i prezzi non sono adeguati al mercato delle materie prime e ai costi di produzione del latte alle stalle a cui si aggiungono i costi dell’energia praticamente raddoppiati».

Per quanto riguarda la produzione del latte negli ultimi mesi in regione «si è avvertita una contrazione, di circa il 20% dovuta anche al lungo periodo di siccità. Gli aumenti del prezzo del prodotto caseario, e non solo, nella grande distribuzione sono già avvenuti da mesi, prima di questo periodo difficile. E’ in atto infatti una speculazione che porta ad un eccessivo ribasso del prezzo “alla stalla”. Mentre allo scaffale il prezzo del latte estero di alta qualità sul mercato nazionale – osserva Melchior – è più basso di circa il 40% del relativo prodotto Italiano».

E se in Lombardia è stato raggiunto un accordo per un aumento al litro di 2 centesimi «non è detto che venga applicato anche qui» avverte Melchior. Ci si augura che questo effetto dell’aumento del latte a scaglioni come sta avvenendo in Lombardia, regione pilota, «nei prossimi mesi si ripercuota anche nelle stalle del Fvg – aggiunge il direttore dell’associazione degli allevatori del Fvg, Andrea Lugo –. Il latte fino ad un anno fa veniva pagato al produttore al litro dai 35 ai 38 centesimi con costi di produzione che all’epoca erano comunque già superiori (42-44 centesimi) quindi l’eventuale di cui si parla non sarà sufficiente a coprire i costi attuali che sono notevolmente esplosi per gli aumenti delle materie prime e per gli effetti del conflitto Russia Ucraina».

«Ora gli allevatori sopravvivono, ma non riesco a pensare alla situazione quando le scorte alimentari zootecniche saranno verso l’esaurimento - osserva Lugo - con una siccità perdurante che non promette nulla di buono in termini di rese produttive alla raccolta e con costi energetici che saranno ancora in aumento. La grande distribuzione deve fare uno sforzo anche lei e rinunciare a qualcosa a favore della filiera a monte. Il consumatore può fare anche lui la sua parte prediligendo i prodotti del territorio regionale per sostenere una filiera zootecnica che è in affanno. Se questo trend continua, gli allevatori non riusciranno a capitalizzare per poter poi investire in tecnologie e processi produttivi avanzati che gli consentano di rimanere competitivi e di resistere sul mercato». 

e.delgiudice@gnn.it

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