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Il Nord Est nella trappola dello sviluppo

Il Veneto, secondo lo studio pubblicato su “Economic Geography”, appartiene invece a un ristretto gruppo di regioni europee (12 su 270) che partendo da alti livelli di reddito sono rimaste intrappolate nel vecchio modello di sviluppo industriale

Giancarlo Corò
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L’appello lanciato da Paolazzi e Toschi sulla necessità che l’economia del Nord Est ripensi il proprio modello di sviluppo va preso sul serio. Dopo decenni in cui ha dominato la narrativa della “locomotiva economica dell’Italia”, è tempo di alzare lo sguardo sul nuovo scenario competitivo europeo con il quale imprese, lavoratori e istituzioni si devono misurare.

Questa operazione non è un vezzo culturale, ma un bisogno vitale per un’economia industriale matura qual è il Veneto. La qualità dello sviluppo dipenderà anche da come la classe dirigente – politica, imprenditoriale, intellettuale – sarà in grado di condividere rappresentazioni realistiche dei problemi e delle azioni utili a sostenere la crescita di lungo periodo. Crescita che, prendendo a riferimento le variazioni di Pil pro-capite, produttività del lavoro e tassi di occupazione dal 1990 al 2015, è stata per il Veneto tra le più basse fra le regioni europee ad alto reddito. Lo documenta un approfondito studio pubblicato sull’ultimo numero della prestigiosa rivista “Economic Geography” dal titolo indicativo: la trappola dello sviluppo regionale in Europa.

L’idea della trappola dello sviluppo viene impiegata dagli economisti per spiegare le difficoltà di mantenere adeguati tassi di crescita in aree con una storia di successo, incapaci però di cambiare passo quando si avvicinano alla maturità. Un conto, infatti, è crescere quando la competizione si basa sulla disponibilità di lavoro e territorio a basso costo, un altro quando i redditi sono maggiori e si è dunque costretti a puntare su innovazione, infrastrutture complesse, capitale umano qualificato.

Le regioni europee che hanno mostrato i maggiori tassi di crescita sono state infatti quelle dell’Europa centro-orientale dove si è riusciti a coniugare costi del lavoro competitivi con buone tradizioni industriali. Hanno comunque continuato a crescere anche diverse regioni del Nord Europa e le principali aree metropolitane, diventate attrattive per servizi innovativi, ricerca e sviluppo tecnologico, capitale creativo.

Il Veneto, secondo lo studio pubblicato su “Economic Geography”, appartiene invece a un ristretto gruppo di regioni europee (12 su 270) che partendo da alti livelli di reddito sono rimaste intrappolate nel vecchio modello di sviluppo industriale. Nulla di grave, si potrebbe dire, se la discesa è lenta e solo relativa.

Attenzione però, perché all’interno dell’Europa – destinata a diventare sempre più integrata in corrispondenza a un ridisegno della globalizzazione per grandi aree geo-economiche – la mobilità delle risorse critiche, in particolare finanza e talenti, giocherà un ruolo chiave nel decidere i livelli futuri di reddito. Ritenere di potersi affidare per sempre alla ricchezza accumulata nel passato, aggiungendo un po’ di turismo, artigianato di servizio e agricoltura a kilometro zero, sarebbe un imperdonabile errore.

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