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Esigenti, flessibili e attenti ai propri diritti: sono i giovani ora a scegliere l’azienda

Da una ricerca Ipsos per Unioncamere il profilo dei nuovi lavoratori. E il mondo delle imprese deve cambiare

Daniele Ferrazza
Aggiornato alle 2 minuti di lettura

Qualcosa è cambiato e adesso sono i giovani a scegliere il posto di lavoro. Assecondando desideri e aspirazioni e capitalizzando le proprie passioni. Anche perché, con l’autunno demografico alle porte, saranno sempre di più «merce rara» per il mercato della produzione. Se non proprio una rivoluzione, un radicale cambio di prospettiva.

Per questo la ricerca «I giovani e il lavoro che cambia» realizzata da Ipsos per Unioncamere del Veneto - su un campione di 500 ragazzi e ragazze tra i 16 e i 30 anni - sull’immagine, il percepito e il portato del lavoro tra le nuove generazioni ci restituisce una descrizione cui il mondo della scuola, le imprese, le categorie dovranno tener da conto.

«I ragazzi cercano imprese dal profilo etico e chiedono un trattamento economico adeguato, la stabilità e la possibilità di crescere» spiega Enzo Risso, direttore scientifico Ipsos e autore della ricerca. Ritengono il lavoro non più in testa alle loro priorità valoriali: prima ci sono le amicizie e lo svago. «Soprattutto - aggiunge Risso – lo considerano uno strumento per realizzare la propria indipendenza e coltivare le proprie passioni». Hanno paura di essere sfruttati e di non essere apprezzati, sono disposti a cambiare se intuiscono che l’azienda li reputa soltanto dei numeri.

Alla domanda su quali siano le professioni considerate «di successo» i giovani veneti indicano l’imprenditore e una professione che consenta di girare il mondo, poi il manager, lo scienziato o l’esperto digitale. La banca è agli ultimi posti e la pubblica amministrazione non vi appare.

Quanto alla mobilità, gli under 30 veneti preferiscono lavorare vicino a casa o nella stessa provincia, ma accetterebbero di buon grado anche una sede all’interno della regione o, al limite, nel Nord Italia. Sei su dieci sono disposti a lavorare in Europa. La propensione ad uscire dall’Italia è più spiccata nelle province di Verona, Padova e Treviso, molto meno a Rovigo e Belluno. Cambiare non è più un trauma, purché si venga accolti in aziende dove le persone siano valorizzate e premiate per il merito.

La considerazione degli imprenditori, inoltre, è piuttosto bassa: uno su tre pensa che siano «rapaci, interessati solo a fare soldi», uno su cinque pensa che abbiano un modello «padronale, da comandante», mentre uno su quattro ritiene che gli imprenditori siano «responsabili e attenti alla società e alle persone» e uno su dieci «disposti ad ascoltare i dipendenti».

Attorno a questa ricerca, il presidente di Unioncamere Mario Pozza ha portato attorno a un tavolo tutti: studenti, rappresentanti delle imprese, testimoni d’impresa, la dirigente dell’ufficio scolastico regionale Carmela Palumbo e l’assessore regionale Elena Donazzan. «Dobbiamo giocare d’anticipo sui processi di trasformazione del lavoro per orientare le scelte formative dei nostri giovani» commenta Pozza, difendendo il modello di alternanza scuola lavoro ma mostrando anche un innovativo progetto, di orientamento realizzato con i ragazzi delle scuole coordinato da Federico Callegari. «Nel lavoro e nel fare impresa c’è bellezza» ha concluso l’assessore Donazzan. «Siamo l’unica regione con più iscritti all’istruzione tecnica che ai licei.

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