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Il lusso è a caccia di talenti che non si trovano

Il segmento dell’alto e dell’altissimo di gamma a Nordest occupa circa un milione e mezzo di addetti. Tante le figure di difficile reperimento

Elena Del Giudice
Aggiornato 2 minuti di lettura

Sfaccettato, multi settoriale, di nicchia e, probabilmente proprio per questo, mai davvero indagato. E’ il settore del lusso che non può non declinarsi nel made in Italy, e che spazia dalla moda alla calzatura, dalla nautica all’oreficeria, dal mobile all’artigianato. Dire che non conosce crisi sarebbe errato, ma certamente è la “nicchia” che soffre meno, flette ma non crolla posizionandosi in una fascia di mercato meno esposta alle turbolenze, o forse ne risente di meno.

Ma quanto vale, complessivamente, il lusso a Nordest? Anche accendendo un faro solo su quest’area in cui si concentra una buona fetta della manifattura del lusso, sede di eccellenze mondiali in diversi settori, si possono azzardare solo stime. Partendo da un dato, quello dell’export, dando per assodato che ciò che si esporta ha l’etichetta del made in Italy e, quindi, si rivolge al top nei vari mercati.

Considerando il valore delle esportazioni della macroarea Nordest nel primo semestre 2022, l’Istat stima in oltre 99,44 miliardi il valore complessivo per le quattro regioni (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna). Se dal totale estrapoliamo, grazie all’aiuto della Cciaa Pordenone Udine, il valore delle merci che gli istituti di ricerca solitamente considerano per indagare il settore, e quindi i prodotti caratteristici del made in Italy, le esportazioni del periodo di mobili, vino, autoveicoli, imbarcazioni, gioielleria, abbigliamento, calzature ed accessori, il saldo supera i 30,2 miliardi, intercettando in questo modo il 30,4% del totale export.

E sul fronte occupazionale? Prendendo ad assunto che il “lusso” pesi, per l’appunto, circa il 30%, si può stimare che la medesima percentuale la si possa applicare alla platea degli occupati, 5 milioni e 32 mila persone, secondo l’Istat, nella macroarea Nordest, ecco che otteniamo la stima di 1 milione e 500 mila addetti occupati nell’aggregato “lusso”.

Dallo stilista alla sarta, dall’orafo all’addetto alle macchine a controllo numerico, dal saldatore all’operaio specializzato, le professionalità impiegate sono le più diverse. Non c’è differenza tra un saldatore di un’officina meccanica e un altro saldatore impegnato nella costruzione di uno yacht. E al pari della generalità delle imprese, anche il lusso fatica a trovare i profili di cui necessita, scontando il mismatch tra domanda e offerta di impiego che è il leit motive imperante dell’ultimo decennio.

La domanda di figure qualificate e specializzate continua ad essere forte, l’offerta invece latita. Come dimostra la periodica rilevazione di Excelsior sul fabbisogno occupazionale delle imprese, che stima in una percentuale oscillante tra il 30, il 50 e in alcuni casi anche il 70%, la quota di personale di difficile reperimento. Si va dagli ingegneri ai periti, dagli operai qualificati ai tecnici, dagli informatici ai tornitori, dai saldatori agli estetisti.

Secondo una recente analisi di Confartigianato «dalle scuole i ragazzi non sono non escono preparati né dal punto di vista tecnico né da quello relativo ai sacrifici che il lavoro richiede». E questo vale per tutte le categorie professionali.

Nell’ultimo report di Excelsior relativo al mese di ottobre ’22. le imprese ricercavano 475 mila 510 persone da assumere nel Paese; di queste, poco meno di 108 mila erano riferite al Nordest che intercetta, quindi, circa il 23% delle offerte di occupazione. Applicando al dato il ragionamento fatto all’inizio, ovvero che il “lusso” vale un terzo dell’occupazione, possiamo azzardare che siano 36 mila i posti di lavoro messi a disposizione a Nordest dall’aggregato. Parte dei quali, evidentemente, sono destinati a restare vacanti per carenza di candidati.

La sfida parte senz’altro dalla scuola, e l’affermarsi degli Its va nella direzione auspicata visto che questi istituti appaiono essere oggi gli unici che sono in grado di recepire le richieste del mercato del lavoro e che possono cambiare pelle velocemente per adeguarsi alle esigenze formative di nuove professioni. Ma molte imprese, va detto, non sono rimaste semplicemente in attesa di un cambiamento del trend o di una evoluzione del sistema formativo, e hanno attivato percorsi in grado di intercettare giovani alla ricerca di un ingresso nel mondo del lavoro. Formazione dedicata, contratti stabili, welfare e benefit sono le strategie messe in campo per reclutare talenti.

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