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«Così cresce l’impero del mattone Generali: in Europa immobili più sostenibili»

Parla Aldo Mazzocco responsabile dell'hub Private Markets & Real Assets del gruppo triestino e amministratore delegato del Real Estate

Piercarlo Fiumanò
3 minuti di lettura

Aldo Mazzocco è responsabile dell'hub Private Markets & Real Assets di Generali nonchè amministratore delegato e direttore generale di General Real Estate. Già capo dell’immobiliare in Cdp ed amministratore di Beni Stabili e Fonciere des Regions.

Mazzocco, su quali obiettivi si concentra Generali per quanto riguarda gli investimenti immobiliari?

«Cinque anni fa, con la presentazione del primo piano industriale del Ceo Philippe Donnet, il Gruppo Generali è sceso in campo anche nel settore dell’asset management facendo leva sulle masse di asset gestiti dal Gruppo per circa 550 miliardi, e sul nostro patrimonio immobiliare attraverso dieci fondi specializzati. L’hub dedicato ai Real Asset & Private Markets riunisce tutte le competenze necessarie per governare gli investimenti del gruppo in real estate, infrastrutture, private debt e private equity. Oggi Generali gestisce circa 60 miliardi in real assets, di questi cui circa 38 nel solo settore immobiliare fra equity e debt, 10 nel private equity, 8 nel private debt (comprende qualsiasi forma di debito detenuto da società private, ndr.)».

Volatilità, inflazione e tensioni geopolitiche spingono sempre più investitori nel comparto dei private asset. Con quali prospettive per la strategia di investimento di Generali?

«Il segmento del private debt, in particolare, sta vedendo una crescita importante a livello europeo dove gli asset gestiti nel 2021 hanno raggiunto 1,2 trilioni di dollari. Una crescita legata soprattutto alla progressiva riduzione del ruolo del sistema bancario e alla necessità di rispondere velocemente alla necessità di liquidità da parte delle piccole e medie aziende. Per Generali, il private debt riveste un ruolo sempre più importante, declinato in 3 segmenti: mid market, real estate e infrastrutture. In particolare, vediamo opportunità nel segmento del direct lending».

E per quanto riguarda lo sviluppo del settore immobiliare?

«Il real estate è un settore che offre notevoli leve di protezione del valore in uno scenario caratterizzato da elevata inflazione e rischi di recessione, a condizione che gli immobili siano ben posizionati e di qualità».

É un periodo difficile sui mercati fra volatilità, inflazione e tensioni geopolitiche. Che previsioni può fare?

«In generale il mercato è in raffreddamento per la pressione sui prezzi e l’innalzamento dei tassi. Non stiamo attraversando una recessione pari a quella dopo Lehman Brothers. La crisi post pandemia è stata governata dagli interventi delle banche centrali che hanno impiegato risorse mai viste. Oggi il sistema bancario è solido. In prospettiva nel 2023 potrebbero tornare a esserci opportunità. Restano le incognite legate alla guerra in Ucraina e alla crisi energetica».

Come si sta muovendo Generali Real Estate?

«La nostra strategia di investimento valuta asset class, ambito geografico europeo e profilo di rischio. Con i nostri 10 fondi (8 paneuropei, uno dedicato al debito ed uno all’Asia) valorizziamo un portafoglio di immobili che è salito in cinque anni da 26 a 38 miliardi. Alcuni interventi sono di grande valore.

(ansa)

 Mi riferisco al restauro delle Procuratie Vecchie a Venezia, un gioiello oggi sede della Human Safety Net, alla trasformazione in hotel a cinque stelle della storica sede del Leone in piazza Cordusio a Milano e al restauro di palazzo Berlam a Trieste, oggi sede dell’ archivio storico e della Academy di gruppo.

Palazzo Berlam a Trieste (foto Giuliano Koren)

 

Per dare qualche numero, investiamo in real estate globale circa 2 miliardi di euro l’anno, con cessioni di asset per circa 500/700 milioni annui e 300/400 milioni di lavori di valorizzazione in tutta Europa».

Qual è la vostra strategia?

«In linea generale puntiamo all’ulteriore valorizzazione degli edifici che possono essere restituiti a una moderna funzionalità per la compagnia. Non escludiamo la vendita di proprietà che non sono più coerenti con le regole di sostenibilità dell’investimento che l’Europa ci chiede. Qualsiasi operazione deve essere infatti coerente con l’adesione del nostro gruppo alla Net-Zero Asset Owner Alliance, iniziativa promossa dalle Nazioni Unite che impone di azzerare le emissioni nette entro il 2050. Il real estate può diventare motore di promozione di azioni di sostenibilità sociale legate alla rigenerazione urbana».

Acquisizioni recenti?

«Ricordo l’acquisizione con Poste del Cortile della Seta a Milano, asset logistici in Polonia, Francia e Paesi Bassi, i palazzi Times Square a Londra e Gloria a Berlino e asset residenziali a Parigi».

A Trieste Generali dispone di un vasto patrimonio immobiliare, uffici di diverse sedi del Gruppo. Pensate di riorganizzarvi?

«A Trieste seguiamo gli stessi criteri seguiti in tutte le capitali europee in cui siamo presenti. La tendenza è quella di valorizzare edifici come Palazzo Berlam a Trieste e palazzo Bonaparte a Roma, restituiti a una moderna funzionalità per la compagnia, e abbandonare gradualmente i palazzi in cui siamo in affitto. Ad esempio a Trieste per Genertel stiamo lavorando ad una soluzione più moderna e flessibile rispetto all’attuale con diversi spazi di condivisione e pensata anche per lo smart working. Un modello che abbiamo già seguito a Madrid, Colonia e Milano. Anche per Banca Generali cerchiamo una sede più adatta».

Con lo smart working gli uffici non serviranno più?

«Lo smart working è un vantaggio ormai strutturale che permette di conciliare famiglia e lavoro ma non c’è stato un calo della domanda di uffici. Continueranno a essere utili ma il sistema sarà più flessibile. Le aziende più innovative hanno già iniziato a richiamare il personale in ufficio».

A che punto è il piano Fenice lanciato dal Group Ceo Donnet come motore infrastrutturale e per le piccole e medie imprese europee?

«Il fondo paneuropeo Fenice 190 ha già individuato nuovi investimenti per 700 milioni di euro in Italia, Francia, e Germania. L’obiettivo del piano Fenice, creato per la ripresa post-pandemia, è sostenere concretamente le piccole e medie imprese e l’economia reale, con investimenti nei settori della transizione energetica, digitale, mobilità green e infrastrutture sociali». —

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