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A Nordest l’economia va ma con il freno a mano tirato. Marini: «Politiche migratorie per evitare la caduta»

Presentato il rapporto “MutaMenti 2022: Veneto e Fvg: la sindrome del piano inclinato”. Servono scelte oggi per vedere gli effetti tra 20 anni

Andrea Dossi
2 minuti di lettura

Daniele Marini

 

L’economia del Veneto cresce ma con basse performance, se non si cambiano i paradigmi sarà paralisi in un contesto di instabilità costante. In attesa di trovare soluzioni, da qui a 20 anni serviranno flussi migratori di 50 mila persone all’anno per coprire i “boomers” che andranno in pensione nel Nord-Est. È solo la punta dell’iceberg del rapporto “MutaMenti 2022. Friuli-Venezia Giulia e Veneto: la sindrome del piano inclinato” curato da Daniele Marini, professore di sociologia dei processi economici dell’Università di Padova, e scritto dalle mani di più professionisti e docenti da un’idea di Bcc Pordenonese e Monsile e il contributo del Fondo Sviluppo per la Cooperazione del Friuli-Venezia Giulia.

Il 5 dicembre la presentazione del report a Palazzo Giacomelli a Treviso dove è emerso come le economie di Veneto e Friuli-Venezia Giulia abbiano il freno a mano tirato. Nella formazione del capitale umano, sia il Nord-Est sia l’Italia hanno una percentuale di laureati inferiore alla media europea (29% contro 40,5%), almeno in Veneto dal 2010 al 2021 i laureati sono aumentati del 23,7%, crescita 0 in Friuli-Venezia Giulia.

Nelle scuole superiori si tende a scegliere istituti tecnici più dei licei, ma perdono interesse gli istituti professionali. In 6 anni -1,8% degli iscritti alle scuole medie in Italia: -0,3% in Veneto e +0,4% in Friuli-Venezia Giulia: è un primo effetto del calo demografico.

Nel prossimo ventennio i nati tra il ’55 e il ’75 andranno in pensione e, per mantenere costante il numero dei lavoratori del Nord-Est, il saldo migratorio ogni anno dovrà essere positivo di 50 mila unità. Servirà una corretta gestione delle migrazioni perché si nota, in Veneto, che le nuove famiglie sono attratte da aree con più servizi, spopolando altre. Occupazione: nel 2021 +50 mila in Veneto e +10 mila in Friuli-Venezia Giulia ma si accusa il colpo della contrazione dei flussi migratori durante la pandemia che ha lasciato scoperte le filiere di agricoltura, costruzioni e turismo. È cambiata la concezione del lavoro, sono i giovani a scegliere l’impresa e nell’export aumentano gli operatori nel Nord-Est ma non il valore aggiunto.

Come risalire il piano inclinato da cui rischia di cadere il Nord-Est?

Per il rapporto MutaMenti la strada è la collaborazione tra più soggetti con tre parole d’ordine: consapevolezza, un’analisi dei punti di forza e debolezza per uno sviluppo innovativo e duraturo; qualità, alzare l’asticella in ambito socioeconomico; ed “eco-sistemi” da costruire nel territorio con progetti plurali e multidimensionali.

«Veneto e Friuli-Venezia Giulia continuano a crescere ma con performance inferiori rispetto a Lombardia ed Emilia-Romagna – spiega Daniele Marini – I motivi risiedono nel calo demografico cominciato alla fine degli anni ’80, se non fosse stato per l’immigrazione avremmo perso diverse città. Fino alla fine degli anni ’90 eravamo la locomotiva del Nordest grazie alla presenza di pmi ma non c’è stata la capacità di adattarsi al contesto: ora la normalità è l’instabilità, servono sinergie, passare da un “capitalismo da condominio” in cui si cerca di limitare i litigi ma non si è proattivi a un “capitalismo coordinato e amministrato” dove la cooperazione diventa un paradigma. Servono scelte da fare oggi, i cui effetti di vedranno tra 20 anni, ma se non si agisce ora la soluzione sarà più in là».

nordesteconomia@gedinewsnetwork.it

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