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Ricciardi: «Covid occasione persa per il sistema sanitario ora si procede verso il darwinismo medico»

L’analisi del professor Ricciardi sul rapporto tra pubblico e privato. L’Italia ha 5 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, contro i 6 della Francia e gli 8 della Germania. E continua a segnalare un deficit di personale sanitario (non solo medico): «Mancano 53mila infermieri»

giorgio barbieri
Aggiornato alle 3 minuti di lettura

«La pandemia poteva essere l’occasione per ripensare e rilanciare il sistema sanitario nazionale. Purtroppo si è scelto di non coglierla e ora il rischio è quello di andare verso un darwinismo sanitario per il quale chi ha i soldi si cura, mentre chi non ce li ha attende per mesi o addirittura rinuncia a curarsi».

Walter Ricciardi, professore di Igiene e medicina preventiva alla Cattolica di Roma e in precedenza presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, è stato uno dei protagonisti della lotta al Covid in Italia ricoprendo il ruolo di consigliere scientifico del ministro della Salute, Roberto Speranza, incarico successivamente lasciato con la fine anticipata del governo guidato Mario Draghi.

Il suo è dunque un osservatorio importante per analizzare il rapporto tra sanità pubblica e sanità privata. Ma per farlo è necessario partire dai numeri: l’Italia ha 5 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, contro i 6 della Francia e gli 8 della Germania. E continua a segnalare un deficit di personale sanitario (non solo medico): «Mancano 53mila infermieri»

Tre anni fa la sanità pubblica dimostrò di essere totalmente impreparata ad affrontare l’emergenza pandemica. Ritiene che la lotta al Covid abbia poi permesso un ripensamento dell’intero settore?

«Mi sento di dire che si sia scelto di perdere un’occasione importante per migliorare il nostro sistema sanitario nazionale. E lo conferma quanto accaduto con la Finanziaria che non ha aumentato i soldi destinati alla sanità. Anzi, dopo la sbornia dovuta al Covid, i finanziamenti sono a livelli ancora più bassi rispetto a quelli degli anni precedenti la pandemia. Quello che è stato stanziato quest’anno a stento copre l’aumento della bolletta energetica degli ospedali, ma di fatto non crea condizioni di lavoro adeguate».

E quali sono le ripercussioni per i cittadini?

«Un inevitabile disagio che può avere anche ripercussioni sugli aspetti psicofisici dei pazienti. Nell’ambiente sanitario si vive poi una situazione di grande incertezza e di grande problematicità da parte degli operatori sanitari che si trovano tra due fuochi: da una parte i pazienti che chiedono assistenza e dall’altra la carenza delle risorse a loro disposizione».

Ma il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede stanziamenti pari a 15,63 miliardi di euro per la missione Salute. Come è possibile che non ci siano i soldi per fornire servizi all’altezza?

«Quelli sono soldi che l’Europa ci dà per rendere le strutture più moderne, digitali e inclusive, rafforzare la prevenzione e i servizi sul territorio. Ma il sistema sanitario nazionale dobbiamo farlo funzionare con i soldi delle tasse. Da qui devono arrivare i soldi per gli stipendi di medici e infermieri. E se non si interviene presto si corre il rischio di avere moltissimi posti letto ma nessuno a garantire l’assistenza dei pazienti».

Ed è qui che si inserisce la sanità privata che offre prestazioni decisamente più rapide.

«Sì ma il rischio è quello di cadere in una situazione di darwinismo sanitario, di profonda diseguaglianza sociale in cui il rapido accesso alle cure sarà garantito solo a chi potrà permettersi di saltare le code e accedere alla sanità privata».

Questo è uno degli aspetti principali. Ma c’è anche il rischio di un progressivo svuotamento di competenze nel pubblico a favore del privato?

«Certo perché assistiamo alla scarsa disponibilità di medici e di infermieri, intimoriti dalle pessime condizioni lavorative sia da un punto di vista organizzativo sia retributivo. I giovani medici non vogliono iscriversi alle specialità più impegnative e questo comporterà un grave deficit di medici in aree quali la rianimazione, la medicina interna, la chirurgia, l’anestesia e altre mentre si registra un boom di iscrizioni nella medicina estetica. Negli ultimi anni i finanziamenti destinati alla sanità sono aumentati ma sono stati in gran parte utilizzati per fronteggiare la pandemia. Il tema dei finanziamenti in sanità deve tornare a essere centrale nell’agenda dei decisori politici».

A Padova è in corso la costruzione del nuovo ospedale. Si tratta di un investimento di oltre mezzo miliardo di euro che costituisce attualmente il più importante investimento di sanità pubblica in Italia. Attorno alla struttura sorgeranno anche nuovi palazzi destinati ad ospitare studi medici, laboratori e centri di assistenza. È questo il futuro della sanità?

«Si tratta proprio di quel darwinismo di cui ho accennato prima. È evidente che se il sistema sanitario nazionale non è in grado di garantire l’assistenza gli subentra il mercato. Il problema resta quello di costruire strutture importanti senza fare investimenti sul personale medico che poi dovrebbe garantire l’assistenza. Bisogna capire che il sistema sanitario nazionale è la più grande opera pubblica del Paese. Nel momento in cui viene a cessare manca l’argine contro la malattia».

L’idea generale è che il Covid sia un’esperienza ormai superata. Ma quello che sta succedendo in Cina ci mostra una situazione di totale caos. Quali rischi ci sono per il nostro Paese?

«In Cina è in corso una catastrofe sanitaria immane. Ed è la prova che questo accade quando i governi non seguono la scienza. I vaccini cinesi non sono risultati efficaci come quelli occidentali. Per proteggersi ora dovrebbero comprare i vaccini occidentali. Solo che non vogliono farlo per ragioni politiche».

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