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[L'opinione] La reflazione come stimolo per la ripresa

Si tratta di una politica monetaria considerata poco capitalistica in senso stretto e fu introdotta in maniera massiccia nel pensiero economico da Keynes come antidoto alla depressione economica degli anni ’30 del secolo scorso

Renato Viero
3 minuti di lettura

La reflazione è l’atto di stimolare l’economia aumentando l’offerta di moneta e riducendo le tasse. In altre parole è il processo attraverso il quale si cerca di creare inflazione per creare crescita.

È una politica monetaria considerata poco capitalistica in senso stretto e fu introdotta in maniera massiccia nel pensiero economico da Keynes come antidoto alla depressione economica degli anni ’30 del secolo scorso.

Il pensiero di Keynes, rivoluzionario rispetto alle teorie economiche classiche allora prevalenti, prevede che ci debba essere un intervento nell’economia da parte delle autorità centrali nei momenti di difficoltà per ridurre l’impatto e la durata delle crisi economiche. Questo intervento viene “finanziato” espandendo appunto l’offerta di moneta e il deficit di bilancio per poi ristabilirli nei momenti di espansione economica. 

L’abilità di chi governa queste dinamiche sta nel fare in modo che l’aumento dell’inflazione sia sempre in linea con l’aumento della crescita economica, solitamente misurata dalla crescita del prodotto interno lordo. In altre parole bisogna fare in modo che l’inflazione creata per traghettare il sistema economico fuori dalla crisi non sia mai eccessiva ossia che i prezzi non crescano più velocemente del sistema economico in generale e dei salari dei lavoratori in particolare. Se ciò avviene, le fasce medie e povere della popolazione, che solitamente non detengono asset finanziari che crescono con l’inflazione, vedranno il loro potere d’acquisto calare.

Questo tipo di misura ha sempre generato negli economisti e nei legislatori pareri discordanti e il parere di ciascuno è in larga parte frutto della propria ed intima esperienza personale.

La Germania ad esempio porta ancora le cicatrici dell’inflazione del periodo della repubblica di Weimar, ed è notoriamente molto attenta al deficit di bilancio, alle misure di intervento monetario e alle sue conseguenze.

La Francia, e la tradizione socialista che la accompagnano hanno un concetto di bilancio meno rigido. Christine Lagarde, l’attuale presidente della Banca Centrale Europea (BCE) è francese e non è un economista, è un avvocato. La sua esperienza personale e i suoi discorsi pubblici ci dicono che è più preoccupata dalla salvaguardia dell’Euro e dal mantenimento della stabilità nel sistema economico Europeo che non da eventuali eccessi monetari o di bilancio. 

Negli Stati Uniti da sempre combattuti tra i due poli, quello più interventista e quello più rigoroso e capitalistico, vi è stato recentemente il discorso di insediamento di Janet Yellen. Presidente della Banca Centrale Americana (FED) dal 2014 al 2018 prima dell’attuale Jerome Powell e nominata da Joe Biden segretaria al Tesoro in sostituzione di Mnuchin.

Janet Yellen viene definita dai media di Wall Street la più bianca delle colombe. Sono chiamate colombe gli economisti a favore dell’interventismo statale ed economico in contrapposizione ai falchi, più preoccupati dal rigore di bilancio e dall’eccesso di inflazione. Nel suo discorso di insediamento ha lanciato lo stesso messaggio che l’ha contraddistinta nei quattro anni in cui ha guidato la FED: lo stato deve intervenire nell’economia.

Stephanie Kelton è meno conosciuta dai non addetti ai lavori ma è forse la più discussa negli ambienti finanziari in questo momento. Anch’essa economista come Yellen è la capostipite della scuola di pensiero economico che viene chiamata Modern Monetary Theory (MMT) una teoria economica definita anche post-keynesiana in quanto si spinge oltre il concetto di intervento sostenendo che il deficit di bilancio non sia rilevante e debba essere ignorato, il ruolo dello stato è assicurare la crescita economica sempre.

Nel suo libro “The Deficit Myth” viene delineata una visione più “estrema” dell’interventismo economico, che fa infuriare i conservatori, ma che viene sostenuta da molti economisti che pur essendo Keynesiani di formazione non hanno fatto e sostenuto quello che Keynes realmente prevedeva ossia ridurre il deficit nei periodi di crescita successivi alla grande crisi economica del 2008. Per i post-keynesiani viene abbandonato il rigore necessario a ristabilire il bilancio durante le fasi di crescita in favore di un ruolo che molti osservatori definiscono “socialista” delle istituzioni.

Un avvocato e due economisti quindi, politicamente e filosoficamente di estrazione interventista (o socialista se si preferisce) sono oggi ai vertici del pensiero economico sociale e politico. 

Janet Yellen la prima donna segreteria al Tesoro USA (e fu anche la prima donna a guidare la Fed), Christine Lagarde la prima donna alla guida della BCE e Stephanie Kelton. Tre donne con un duplice compito: garantire la crescita e salvaguardare la stabilità dei prezzi.

L’azionario, l’obbligazionario e le materie prime, tutte le principali asset class, hanno tutte iniziato a segnalare la previsione di un’importante accelerazione dell’inflazione. Ancora una volta la determinazione di legislatori e banchieri centrali verrà messa alla prova dei mercati finanziari, continuerà a trionfare la logica del “buy the dip” (comprare i ribassi)?

Renato Viero, CFA

RV Capital Partners

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