Fusione Unicredit - Mps Del Vecchio non ci sta

Leonardo Del Vecchio

La freddezza del patron di Delfin sull’operazione in un incontro con Padoan e due Fondazioni azioniste. Trieste non presente: pensiamo al nostro territorio

TRIESTE Si complica la strada verso una possibile acquisizione di Montepaschi da parte di Unicredit. Secondo voci di mercato che hanno preso corpo ieri, gli azionisti dell’istituto di Piazza Gae Aulenti Leonardo Del Vecchio e le Fondazioni Cariverona e Crt sono contrarie all’acquisizione del concorrente controllato dal Tesoro (con il 64% delle azioni).

L’opposizione di questi soci – che complessivamente hanno in mano circa il 5% del capitale - sarebbe stata espressa direttamente al presidente in pectore di Unicredit, Pier Carlo Padoan, nel corso di un incontro tenutosi lo scorso dicembre con le due Fondazioni. Fonti vicine alla Fondazione triestina, azionista di Unicredit con lo 0,20%, hanno spiegato di non avere partecipato all’incontro con Padoan precisando di guardare esclusivamente «alle ricadute economiche sul territorio e ai dividendi». Non si conoscono le ragioni, ma è lecito pensare che la contrarietà di Del Vecchio e delle due Fondazioni sia legata alle difficoltà del gruppo senese, che fatica a tornare alla redditività dopo anni di ristrutturazione. La contrarietà dei grandi soci a Mps è destinata a condizionare la scelta del nuovo ceo di Unicredit, al posto dell’uscente Jean Pierre Mustier, con un profilo pro-Siena che a questo punto difficilmente potrebbe raccogliere il gradimento di Del Vecchio e degli enti. I nomi fin qui circolati come possibili successori del manager francese sono tre: Andrea Orcel (ex-Ubs), che tuttavia potrebbe pagare il profilo di manager più orientato sull’investment banking che sul fronte commerciale; Victor Massiah, ex ad di Ubi Banca, uscito dopo l’Opa di Intesa Sanpaolo; Fabio Gallia, ex Bnl e Cdp); infine Marco Morelli, da poco uscito proprio dalla guida del Montepaschi.

Del Vecchio sarebbe al lavoro per un profondo rinnovamento del prossimo cda, che uscirà dall’assemblea di aprile. I tempi iniziano a essere maturi: entro un mese si punta ad avere una rosa di nominativi. Quanto a Mps, il tempo stringe per la cessione (andrà finalizzata entro fine anno) e il Tesoro appare disposto a fornire una ricca dote a chi dovesse farsene carico, sotto forma di bonus fiscale da 2,4-2,5 miliardi, oltre a migliorarne la patrimonializzazione attraverso un aumento di capitale di valore analogo. Per altro sarebbe al lavoro per far rilevare dalla controllata Amco 14 miliardi di npl (crediti divenuti di difficile esigibilità) oggi sul bilancio dell’istituto milanese, che complessivamente ne conta per 23 miliardi. Resta da capire se Roma coprirà il fabbisogno di capitale di Monte dei Paschi e proteggerà UniCredit da rischi legali per 10 miliardi di euro.

In ogni caso a queste condizioni, scrive in un report Fidentiis, si tratterebbe di “un grosso affare” per Unicredit, che negli ultimi anni è stata oggetto di una profonda pulizia di bilancio, tanto che aver raggiunto a settembre scorso un tasso di crediti deteriorati lordi del 4,7%, “tra i migliori in Italia e vicino alla media Ue”. Il futuro di Mps è legato anche a equilibri politici. “Il dossier va seguito con la massima cautela per evitare regali miliardari a singole imprese e per consentire a una banca strategica di rilanciarsi all'insegna della trasparenza”, sottolinea in una nota il Movimento 5 Stelle, che da sempre spinge per preservare l’indipendenza dell’istituto senese. Il M5S ricorda, poi, che nella Legge di Bilancio da poco approvata c'è una norma che impone al governo di coinvolgere il Parlamento prima di qualsiasi decisione che riguardi le partecipate pubbliche. “Ci aspettiamo quindi un dibattito approfondito», dice la nota — © RIPRODUZIONE RISERVATA