Borsa, la grande fuga dei big del Nordest da Piazza Affari, le piccole sorpassano: ecco perché

Dieci anni di quotazioni e delisting delle aziende del Nordest: tanti marchi storici hanno lasciato Il professor Gubitta: si resta solo se conviene. Tavano (Borsa Italiana): dinamismo del territorio

Venti nuovi ingressi e undici uscite. Se ci si limita ai soli numeri, nell’ultimo decennio si è rafforzato il legame tra le imprese venete e Piazza Affari. A scorrere i nomi, tuttavia, emerge chiaramente la differenza di stazza: tra chi ha optato per il delisting figurano nomi storici dell’imprenditoria locale come Permasteelisa, Benetton, Luxottica e Massimo Zanetti Beverage Group, mentre tra le Ipo si tratta quasi sempre di piccole o medie imprese e non è un caso se l’80% si è quotato all’Aim, il listino milanese dei piccoli.

«La differenza dimensionale emerge perché negli ultimi anni si sono quotate un maggior numero di realtà di piccola capitalizzazione», commenta Luca Tavano, Head of Product Development Mid & Small Caps di Borsa Italiana.

«Se ci concentriamo sulle Ipo, registriamo un grande dinamismo del territorio perché si è compreso che la quotazione in Borsa consente non solo di reperire capitali senza perdere il controllo della maggioranza, ma anche di acquisire disciplina nella gestione dell’impresa e una maggiore visibilità sul mercato».

«Premesso che ogni situazione è diversa dalle altre, si resta quotati fino a che si ricava, o si spera di ricavare valore, senza sentirsi particolarmente vincolati», osserva Paolo Gubitta, economista dell’Università di Padova e tra i maggiori conoscitori delle dinamiche che caratterizzano il mondo del family business.

«Chi sceglie di quotarsi, di fatto si dichiara disponibile ad accettare le regole scritte e non che governano la Borsa. E non sempre la convenienza permane nel tempo». Qualche esempio? «Sicuramente è positivo abituarsi a una maggiore trasparenza informativa, ma la pubblicazione dei risultati trimestrali può essere un vincolo troppo stringente per chi ad esempio sta ristrutturando il proprio modello di business», racconta Gubitta.

Che ricorda come in molti casi a spingere verso l’uscita sia una valorizzazione di mercato non ritenuta adeguata dagli imprenditori. Come nel caso di Carraro, che ha annunciato di voler lanciare un’Opa totalitaria per delistare il costruttore di sistemi di trasmissione per trattori e veicoli da cantiere, sottolineando come la Borsa non abbia «permesso di valorizzare adeguatamente» la società. Il delisting ha l’obiettivo di «procedere a una riorganizzazione, finalizzata all’ulteriore rafforzamento dello stesso», prosegue il comunicato, che ricalca le ragioni addotte nei mesi scorsi per esempio anche dall’imprenditore Massimo Zanetti.

«Carraro è uno dei principali player nazionali nel settore delle macchine movimento terra e presenta solidi fondamentali», analizza Giovanni Cuniberti, responsabile consulenza fee-only di Gamma Capital Markets e docente di Economia della Scuola di Management dell’Università di Torino. «Peraltro l’esercizio 2020, nonostante le ottime potenzialità del portafoglio ordini, ha chiuso con un fatturato in calo del 13%».

Insomma, spesso i tempi della Borsa mal si conciliano con quelli dell’impresa. Eppure c’è chi ha ottenuto grandi benefici dalla quotazione e non tornerebbe indietro. Come Carel, che nel 2020 ha visto crescere il proprio valore del 40%, grazie anche alla capacità di adeguarsi al nuovo contesto per puntare su business emergenti come gli impianti di sanificazione e meno su quelli più impattati dalla pandemia, come i sistemi di raffreddamento e condizionamento dei ristoranti.

«Essere quotati impone grande disciplina e questo a nostro avviso porta benefici alla società nel lungo termine», racconta l’ad Francesco Nalini. «Dal confronto con la comunità finanziaria traiamo sempre nuove sfide». Quindi aggiunge: «Abbiamo capito quanto sia importante comunicare e farlo in maniera corretta».

Cuniberti segnala anche il successo di Sicit Group (biostimolanti per l’agricoltura), che nel 2020 «nonostante il Covid-19, ha confermato la crescita a doppia cifra. L’azienda ha dunque presentato ottimi risultati, pur mantenendo un’elevata attenzione agli investimenti futuri (Cina in primis) e alla remunerazione della forza lavoro tramite piani di incentivazione», sottolinea l’esperto. Che aggiunge anche il caso di Masi Agricola, che nella stagione pandemica «ha sofferto sul fronte del fatturato, ma preservandola marginalità industriale lorda».

Non sono poche le realtà che hanno lasciato la Borsa preferendo un investitore istituzionale come i fondi di private equity. «Con la sostenibilità che diventa sempre più centrale, c’è bisogno di un atteggiamento adeguatamente paziente da parte degli investitori», conclude Gubitta.

Che sia proprio la crescita della finanza sostenibile a spingere verso il delisting chi fatica ad adattarsi ai nuovi parametri? «Non credo a questa lettura», conclude Tavano, «soprattutto se consideriamo che sono proprio le aziende più strutturate a essere più avanti sulla sostenibilità». —

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