Tamburi, 600 milioni per il made in Italy: «Con Itaca ossigeno alle aziende in crisi»

Giovanni Tamburi

Il banchiere a caccia di investimenti anche a Nordest: «Con la pandemia gli imprenditori non hanno più paura di aprire ai capitali esterni»

MILANO. Itaca, come la mitica isola cui Odisseo voleva fare ritorno, è l’ultimo progetto di Gianni Tamburi, per riportare “a casa” le aziende in difficoltà. «Noi aiutiamo storicamente le aziende che hanno una marcia in più ad imprimere una svolta. Con questa piattaforma di equity invece cerchiamo di dare una mano ad aziende in difficoltà, che hanno prospettive industriali buone ma hanno problemi finanziari». Racconta Gianni Tamburi, il “banchiere delle imprese” che in tanti anni con Tamburi Investment Partners ha messo la sua firma su crescite importanti in gruppi italiani e internazionali, quotati e non, che avevano molto da dire: da Ovs a Moncler, da Prysmian a Hugo Boss a Alpitour, da Furla a Eataly a Interpump.

Dottor Tamburi, il progetto Itaca nasce in un momento topico, con un’economia italiana scassata e molte imprese industriali dovranno fronteggiare i danni finanziari prodotti dagli stop forzati in tutto il mondo.

«Noi con la nostra piattaforma di equity essenzialmente abbiamo sempre lavorato per quelle aziende sane che volevano accelerare la crescita. Qualche giorno fa sono usciti i dati di Ovs, che ha fatto molto meglio del mercato. Quando noi siamo entrati due anni fa abbiamo accelerato l’apertura di negozi, è arrivato Piombo, è arrivato l’accordo con Gap eccetera. Con Moncler anni fa decidemmo che andavano aperti nuovi negozi, così tre anni sono passati fa da 100 a 200 punti vendita. E così abbiamo fatto per 25 anni. Poi due anni fa ci siamo detti perché non aiutare anche quelle imprese che hanno qualche problema?».

E come le aiuterete?

«Quando tutto era normale si andava in banca, si chiedeva uno sconto, un allungamento dei termini di pagamento. È anche una questione di cultura, le aziende malmesse ritenevano che il modo migliore per uscire dalla crisi fosse questo e invece io sono uno che ha la cultura dell'equity. Se ci sono capitali freschi anche le banche diventano più confidenti e così abbiamo iniziato a ragionarci».

Il progetto Itaca vede nomi importanti della finanza d’impresa italiana.

«Questo è un mestiere particolare che coniuga molti aspetti, significa avere a che fare con le banche, qualche volta con tribunali o commissari e infine con aziende nelle quali è necessario mettere le mani molto di più di quanto non abbiamo mai fatto in passato. In Itaca ci sono oltre a noi tre partner come Sergio Iasi, Angelo Catapano e Massimo Lucchini, persone con un altissimo profilo che hanno un passato molto forte nella ristrutturazione d’impresa e nella finanza e sono anche complementari fra di loro. Questo ci ha consentito di dire benissimo noi ci mettiamo la faccia il capitale e poi cerchiamo altri soldi».

Come è andata la raccolta di capitale?

«Abbiamo dato un segnale molto forte e molto ben recepito dal mercato, tant'è che relativamente in poche settimane abbiamo raccolto 600 milioni, il più grande club di investitori mai fatto in Italia».

Perché è andata così bene?

«Perché non esiste qualcosa come Itaca oggi in Italia, se si esclude QuattroR e Dea Capital, che però fa operazioni più piccole, questo è un soggetto unico. Credo che il momento sia stato ritenuto opportuno dalle grandi famiglie italiane dotate di capitali come soluzione alternativa di investimento».

Il Nordest è un’area ricca di imprese quali sono i settori cui state guardando.

«Ovviamente stiamo studiando diversi dossier anche qui, due in particolare sono in una fase di studio molto avanzata. Per noi i settori più promettenti sono sicuramente quello della meccanica e meccatronica, qui ci sono diverse aziende interessanti. Come dimensione guardiamo dai 200 milioni di fatturato in su, ma non è una taglia fissa: perché se è vero che siamo dei promotori di aggregazione poi magari entriamo in quella che fattura 180 milioni che poi ne acquista un'altra da 50 milioni».

Crede che oggi ci sia più predisposizione ad aprirsi a capitali esterni?

«Credo che fino ad un certo punto, anche qui nel Nordest, fosse un fatto psicologico: l’idea di dover poi dire di aver venduto l’azienda scatenava quasi un senso di vergogna. Il Covid ha reso evidenti molte fragilità oggi si è disposti a dire è colpa della crisi sanitaria e si è più disponibili ai capitali esterni». —


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