Donadon: «Ritardi del Campus e mercato che chiede risultati: ecco perché abbiamo ceduto presto la “nostra” Depop»

Riccardo Donadon, fondatore e presidente di H-Farm

H-Farm ne deteneva il 25 per cento: il presidente e fondatore spiega l’uscita che ha portato nelle casse dell’incubatore 11 milioni di euro per una startup oggi valutata 1,625 miliardi di dollari

TREVISO. «Potevamo comprarci il Campus», dice, e il sottinteso è con quei soldi, se non avessimo venduto così presto.

Allevi un cucciolo di unicorno, dopo qualche anno lo cedi per 11 milioni di euro: ora che è grande, vedi che vale 1,625 miliardi di dollari. È più la soddisfazione o il rammarico? Riccardo Donadon è un essere digitale, ma in questo caso rifiuta la domanda a risposta binaria: ci sono sia soddisfazione, sia rammarico, e ci ha spiegato perché.

Gliel’abbiamo chiesto all’indomani della valutazione record di Depop, app per il commercio di abbigliamento diventata globale con i suoi trenta milioni di utenti e ceduta a Etsy  per 1,625 miliardi dollari. È il secondo “unicorno”, ovvero startup che supera il miliardo di valore, nato in Italia dopo Yoox.

Donadon, nel 2011 è stata la sua H-Farm  di Roncade a “incubare” e lanciare Depop, idea di Simon Beckerman, milanese, arrivato a Ca’ Tron proprio in cerca di finanziatori. Come è arrivato fin lì?

«Sua mamma ha letto un giornale che parlava di noi e gli ha detto: vai a trovarli, sono bravi, ti aiuteranno a sviluppare la tua idea».

Lui come ve l’ha presentata?

«Come l’idea di creare un Instagram col tasto “buy”. Nel 2011 Instagram non era quel che è oggi, la sua idea era ambiziosa ma Simon mi è sembrato la persona giusta: umile, con la capacità di leggere il mercato, con la community e le conoscenze giuste. Ho pensato: se c’è qualcuno che ce la può fare, è lui».

E ci avete investito. Quanto?

«È stato tutto  veloce: abbiamo messo 140 mila euro subito poi altri 500 mila in un secondo step. In mezzo, lo abbiamo aiutato a raccogliere altri 350 mila euro di finanziamenti».

Siete usciti portando a casa 11 milioni in tutto. Più soddisfazione o rammarico?

«Quello del seed capital è un mercato molto complicato. Non è una somma banale, 140 mila euro, se non letta alla luce delle cifre di ieri: non la metti così, bum, sul piatto al primo che ti propone un’idea. Ma va bene così, siamo super contenti, abbiamo guadagnato quindici volte il nostro investimento».

A commento dell’acquisizione miliardaria ha detto: il modello di business di puro acceleratore, con l’esigenza di dimostrare al mercato le exit, associato alle difficoltà dovute al ritardo del Campus, ci ha imposto un’uscita prematura  da Depop.

«Ecco, qui c’è il rammarico, per quello che è successo negli ultimi tre anni con i ritardi burocratici per la realizzazione del Campus. Questa situazione ci ha portati a assere stretti di capitale e a dover ricorrere a qualsiasi cosa per mettere a terra il progetto».

Avete monetizzato Depop prima di quel che avreste voluto, insomma.

«Siamo rimasti nel board fino al 2018, avevamo il 25% delle quote. A quel punto la società era matura, abbiamo lasciato spazio a chi aveva le competenze dirette e ci aveva messo più soldi. Essendo quotati, poi, dobbiamo dare il segnale che quello che abbiamo in portafoglio genera valore. Certo, aspettando avremmo portato a casa di più, 400 milioni se avessimo difeso il 25% sostenendo gli aumenti di capitale. Ci saremmo comprati il Campus... Questi modelli di acceleratori sono complicati».

Dalla nascita di H-Farm, nel 2005, avete investito 28 milioni di euro nelle startup. E incassati?

«Con questa operazione di Depop, gli introiti hanno superato gli investimenti. Ma ci saranno altre soddisfazioni, perché diversi progetti nel nostro portafoglio stanno arrivando a maturazione».

Il fatto che la vera esplosione di Depop sia avvenuta a Londra, dopo il lancio qui, è un brutto segno per il sistema-Italia?

«Per un’idea del genere devi giocare dove si dialoga col mondo. In Italia oggi i soldi ci sono, ma non “pesanti” dal punto di vista dell’etichetta, a Londra per Depop si è generato un circolo virtuoso di investitori».

Il vostro investimento forte ora è sulla formazione: il sogno è che il prossimo unicorno nasca dal vostro campus?

«Sì. È complicato far capire che qui non facciamo solo scuola, è un modello più raffinato e strettamente legato alla tecnologia. Arrivano ogni giorno ragazzi con idee come quella di Simon e scelgono il nostro percorso di formazione per farle crescere. Spero di aiutarli».  —

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