Trinca: lo stipendio d’oro, Consoli e il crac: «Io presidente senza potere per 17 anni»

Uno stipendio di 350 mila euro lordi all’anno per ricoprire la carica di presidente di Veneto Banca, senza alcun potere decisionale, e per essere al massimo informato su vicende secondarie come gli acquisti di arredi, libri e opere d’arte. È il quadro che Flavio Trinca, 82 anni, ex parlamentare, fa di sé nell’interrogatorio del 26 giugno 2019 quando compare davanti al pm Massimo De Bortoli da indagato

TREVISO. Trecentocinquantamila euro lordi all’anno per ricoprire la carica di presidente di Veneto Banca, senza alcun potere decisionale, e per essere al massimo informato su vicende secondarie come gli acquisti di arredi, libri e opere d’arte. È il quadro che Flavio Trinca, 82 anni, ex parlamentare, fa di sé nell’interrogatorio del 26 giugno 2019 quando compare davanti al pm Massimo De Bortoli da indagato, assieme a Vincenzo Consoli e altri dirigenti, per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio.

Come si difende Trinca, commercialista e presidente dell’ex Popolare dal 1997 al 2014, dalle pesanti accuse mosse dalla procura che, successivamente, archivierà il procedimento contro di lui e altri dirigenti, escluso Consoli? Riversando ogni responsabilità sull’ex a.d., descritto come il “deus ex machina” di Veneto Banca, dove ogni decisione importante era presa dal ragioniere di Matera. Oggi, 11esima udienza del processo contro Consoli, Trinca è atteso come testimone.

Una sorta di ministro senza portafoglio. Così sembra descriversi Trinca durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero. «Da quando ho assunto la presidenza di Veneto Banca - dice Trinca il 26 giugno di due anni fa - quasi quotidianamente mi recavo nel mio ufficio di presidente per svolgere al meglio le miei funzioni e lì rimanevo per 3 o 4 ore al giorno. (...). Non avevo nessun potere decisionale; durante la mia permanenza in ufficio mi limitavo a leggere la documentazione che mi veniva sottoposta in visione e attendevo che l’amministratore delegato mi venisse ad informare sulle vicende della banca. Ciò peraltro è avvenuto limitatamente ad aspetti secondari, quali ad esempio gli acquisti di arredi, libri o opere d’arte. Ma mai con riguardo ad aspetti gestionali, anche perché Consoli non desiderava mai mettermi al corrente di essi». (...)

«Io - precisa Trinca - non avevo la possibilità di informarmi sugli aspetti gestionali in quanto Consoli mi aveva espressamente detto che non dovevo interessarmi della gestione della banca e aveva imposto ai dirigenti di non darmi informazioni. Non è vero, pertanto, quanto è stato evidenziato nelle relazioni della Banca d’Italia, dove si dice che io agivo in totale accordo e comunione d’intenti con Consoli, in quanto costui assumeva ogni decisione autonomamente, senza consultarmi, soprattutto con riguardo alla gestione del credito. Ciò avveniva anche con gli altri consiglieri che pure non venivano consultati da Consoli. Solo negli ultimi due anni, quando c’erano da prendere decisioni gestionali importanti, ma non di carattere operativo, quali ad esempio l’acquisizione di altre società, Consoli convocava il comitato esecutivo, che era composto da sei consiglieri, per esporre la situazione e assumere collegialmente le proposte da portare al Cda».

Trinca descrive un consiglio d’amministrazione in balia dell’ex ad. «Il Cda - dice l’ex parlamentare - non aveva alcun potere effettivo di controllo sul suo operato anche perché Consoli aveva scelto i suoi dirigenti che obbedivano ciecamente alle sue direttive. Consoli aveva una forte personalità nel senso che ascoltava i diversi pareri, ma quando aveva preso una decisione nessuno poteva discostarsene».

Alla contestazione del pm dell’appoggio dato da Trinca a Consoli nell’assemblea dei soci del 26 aprile 2014, quando caldeggiò la sua nomina a direttore generale della banca, il commercialista montebellunese precisa: «Io, all’epoca, avevo ancora fiducia nell’operato di Consoli e non condividevo affatto le conclusioni cui era pervenuta Banca d’Italia nel 2013 in merito a Veneto Banca e soprattutto ero e sono tuttora convinto che quelle relazioni fossero finalizzate ad imporci la fusione con la Popolare di Vicenza, cosa che io non condividevo perché era peggio di noi. (...). Io non ero a conoscenza delle effettive criticità di Veneto Banca».

E ancora. «Non ero a conoscenza della reale situazione finanziaria e patrimoniale della banca. Non sapevo nulla delle operazioni baciate, degli affidamenti non adeguatamente garantiti, della situazione effettiva di crediti e, infine, del patrimonio netto della banca (...)».