Generali: Donnet cala la carta dei super dividendi, Del Vecchio e Caltagirone pronti al piano alternativo

Il piano industriale di Generali punta alla remunerazione dei soci. I pattisti saliranno ancora, Edizione sempre più ago della bilancia

TRIESTE. A che punto sia la disfida su Generali è questione che si può leggere innanzitutto nelle parole che Philippe Donnet, group ceo del Leone, ha consegnato all’intervista rilasciata al Sole 24 Ore: «Nella democrazia societaria l'assemblea è sovrana, come è sovrano il consiglio di amministrazione. Il volere della maggioranza va rispettato». Ed è a quella maggioranza che il top manager sta parlando. Promettendo una remunerazione pari ad un tasso in crescita tra il 6-8 per cento dell’utile per azione e con un piano dividendi fino a 5,6 miliardi, più alto rispetto ai 4,5 miliardi del precedente.

Un piano che ha un fondamento industriale e si compone tecnicamente sia di un aumento della capacità di generare reddito grazie al “giro” del portafoglio vita verso prodotti a minor assorbimento di capitale, alla maggiore efficienza data dalla digitalizzazione (1,1 miliardi di euro di investimenti), alla crescita del ramo danni senza ridurre il rendimento ai vertici del mercato del combined ratio. Tutto ciò produrrà 8,5 miliardi di cassa la cui maggior parte finirà a remunerare i soci.

Di fronte a questa ipotesi il mercato ha reagito con freddezza, facendo fare al titolo, nel giorno della presentazione del piano, peggio del mercato e mantenendo questa freddezza anche il giorno successivo. Gli osservatori danno due piani di lettura: la prima, che segue il ragionamento dei pattisti e cioè che i mercati hanno dato il loro giudizio a Donnet (non bocciandolo tuttavia), la seconda lettura è che i fuochi d’artificio siano finiti e che sostanzialmente si pensa che la speculazione sia terminata.

La grande sicurezza di Donnet nel commentare il suo piano (ed i suoi risultati) sembrano confermare questa lettura. Anche se, in tutto questo scenario, manca un tassello abbastanza determinante. Finora i pattisti non hanno svelato le proprie carte. Lo schema di sviluppo alternativo al Leone, almeno stando alle dichiarazioni di questi mesi, potrebbe essere molto più aggressivo, passando per un aumento di capitale magari a sostegno di una grande operazione straordinaria. Non è chiaro al momento, all’inizio del 2022 probabilmente, l’idea industriale che hanno in mente i pattisti Caltagirone-Del Vecchio-Crt avrà dei contorni più nitidi.

In previsione poi di arrivare al vero banco di prova: l’assemblea di aprile dove andrà al rinnovo tutto il cda. Poco più di un terzo dell’assemblea fa capo ad investitori istituzionali, circa 34,96%, tra società del risparmio gestito (Vanguard e BlackRock, che sono i primi due operatori al mondo), fondi sovrani, casse di previdenza e fondi pensione. Tutti soggetti molti attenti alla remunerazione del capitale e che scelgono titoli finanziari come le compagnie di assicurazione proprio per la solidità nel tempo dei rendimenti cedolari. Una platea affine anche all’azionista Mediobanca (12,82% del capitale e 17,2% di diritti di voto). Un fronte che contando anche l’apporto di De Agostini può arrivare alla soglia del 18,7 per cento dei diritti di voto.

I pattisti, dal canto loro, hanno a più riprese rivendicato un approccio industriale di lungo periodo, magari meno attento alle cedole e più alla promessa di una compagnia che loro vorrebbero più grande. Caltagirone, che nei giorni scorsi ha continuato a comprare, è ora al 7,84 per cento, Leonardo Del Vecchio è al 6,3% e con Fondazione Crt i pattisti sono ora al 15,6 per cento. In linea di principio questo fronte è in grado di comprare ancora e Caltagirone e Del Vecchio possono spingersi fino alla soglia del 10 per cento ciascuno senza dover passare per il nulla osta di Ivass. La famiglia Benetton con Edizione tiene il 3,9 per cento, pare starà con i pattisti, e a conti fatti sarà un vero ago della bilancia. 

r.paolini@gnn.it