Caltagirone affila le armi: l’addio al Cda Generali per «le scelte mai condivise»

Le ragioni delle dimissioni a sorpresa del costruttore e editore romano vicepresidente della compagnia della quale era consigliere dal 2007

TRIESTE. Considerata la mancata condivisione delle scelte strategiche, tanto vale tenersi le mani libere. Secondo quanto è stato possibile ricostruire, è questo il ragionamento che ha portato Francesco Gaetano Caltagirone a rassegnare le dimissioni dal cda di Generali. Una scelta non così sorprendente a considerare le tensioni crescenti degli ultimi mesi tra il costruttore romano e il top management del gruppo triestino, ma comunque fragorosa se si considera che si tratta del secondo azionista con il 7,98%, nonché - fino a ieri - vicepresidente esecutivo. Fonti vicine a Caltagirone fanno sapere che la decisione non deve assolutamente essere letta come un disimpegno, ma piuttosto come una conferma del legame tra l’Ingegnere e la compagnia, della quale era consigliere dal 2007, con un ruolo via via crescente nelle grandi partite che si sono giocate intorno al Leone.

Con il ceo Philippe Donnet e l’azionista di maggioranza relativa Mediobanca i rapporti si sono deteriorati nel tempo, con l’imprenditore che lamenta di non essere stato coinvolto nella preparazione del piano strategico, che sarebbe stato consegnato ai consiglieri poche ore prima della discussione, così come nella decisione di presentare alla prossima assemblea del 29 aprile una lista a firma del cda uscente. «Questa decisione è stata motivata dal consigliere dimissionario richiamando un quadro nel quale la sua persona sarebbe palesemente osteggiata, impedita dal dare il proprio contributo critico e ad assicurare un controllo adeguato», fa sapere una nota del gruppo assicurativo diffusa dal Leone.

Accompagnata dalle parole del presidente Gabriele Galateri, secondo il quale «le motivazioni addotte non possono che essere categoricamente respinte avendo la società sempre condotto la sua attività secondo criteri di assoluta trasparenza e rigorosa correttezza, anche relativamente ai lavori per la presentazione di una lista per il rinnovo del consiglio, di cui ha costantemente informato le autorità di vigilanza».

Sta di fatto che d’ora in avanti Caltagirone non sarà più tenuto a comunicare eventuali, ulteriori acquisti di azioni Generali fino al raggiungimento del 10%. E, dato che mancano poco più di tre mesi all’assemblea, appare improbabile che possa superare la soglia. Obbligo al quale, invece, dovrà continuare a sottostare la Delfin di Leonardo Del Vecchio (che detiene il 6,62%), legato a un patto di consultazione con Fondazione CrT (1,54%) e con Caltagirone che raccoglie, a oggi, il 16,18% e punta a ottenere un radicale rinnovamento del board, a partire dal ceo, nell'assemblea dei soci.

Mentre il patto non sarà tenuto ad alcuna comunicazione nel caso incrementasse la propria quota, se non in due eventualità: se uno dei suoi attuali componenti superasse una soglia rilevante ai fini Consob (cioè il 3%, il 5% o il 10%, tutte ipotesi quasi impossibili) o se il patto andasse oltre il 20%. Mentre, qualora i pattisti raggiungessero o persino superassero il 17,25% (i diritti di voto di Mediobanca, che ad azioni per il 12,9% del capitale aggiunge un prestito titoli del 4,35%) o anche il 18,69% (considerando la quota di De Agostini schierato al fianco di Piazzetta Cuccia), potrebbero dichiararlo solo durante l’assise assembleare. A quel punto i due schieramenti si confronteranno provando a convincere la quota più consistente tra le azioni in mano agli investitori istituzionali, che valgono il 34,75% del capitale, e quelli retail, il 22,59%. 

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