Generali, il Patto allo scontro finale sulla nomina del cda

Dopo le dimissioni del vicepresidente la tensione aumenta in vista dell’assemblea di aprile. Faro della Consob. Decisivo il ruolo dei fondi

TRIESTE. Il Trono di Spade del Leone alla battaglia finale. Da una parte Mediobanca, che appoggia il cda uscente e la linea del Ceo Donnet, e dall’altra i soci privati Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio in aperto dissenso e contrari alla riconferma del consiglio.

Nell’ultimo episodio il costruttore romano, vicepresidente della compagnia, ha detto addio a Trieste dopo dodici anni lamentando di essere stato «palesemente osteggiato». Una conferma che sulle Generali ormai è aperta battaglia fra rumore di spade sguainate e truppe schierate sul campo.

Al centro della contesa l’unico vero crocevia finanziario del Paese con in pancia 70 miliardi di premi lordi e 60 miliardi di titoli di Stato.Il 14 gennaio 2022 i mercati, in una giornata negativa per le Borse, non si sono però galvanizzati con il titolo che ha ceduto l’1,52% a 18,44 euro.

Il dossier Generali intanto è da tempo all’attenzione della Consob, in particolare sul tema della presentazione di una lista per il rinnovo del consiglio di amministrazione da parte dello stesso cda del Leone. Lista che, prescrive la legge, deve essere presentata un mese prima dell’assise triestina. In campo anche l'Ivass, l'istituto di vigilanza sulle assicurazioni.

Il patto Caltagirone-Del Vecchio lancia l’affondo mentre Edizione dei Benetton (detiene quasi il 4% del Leone), resta alla finestra in attesa che si definiscano con chiarezza le posizioni in campo, anche con la prossima presentazione da parte dei pattisti della loro proposta di piano industriale e di nuovo management per le Generali.

In contrapposizione con la lista del Cda, il Patto starebbe infatti preparando una lista con un proprio candidato ad (e qui da tempo impazza il totonomi), e un piano industriale alternativo. La contrapposizione sul campo si cristallizza in attesa di quella che si preannuncia come una vera e propria resa dei conti nell’assemblea del 29 aprile a Trieste. I mercati dopo l’addio di Caltagirone vogliono capire cosa deciderà anche Romolo Bardin, l'ad di Delfin che rappresenta Leonardo del Vecchio nel board del Leone.

L'amministratore delegato del Leone, Philippe Donnet, forte dell’appoggio della maggioranza del cda, in assemblea farà valere i risultati degli ultimi anni rilanciando il nuovo piano industriale. In questo scenario il presidente Gabriele Galateri, nel suo ruolo super partes, ha replicato in modo fermo a Caltagirone difendendo l’operato della compagnia che ha «sempre condotto la sua attività secondo criteri di assoluta trasparenza e rigorosa correttezza».

L’Ingegnere, oggi secondo azionista con l’8,04% e Leonardo Del Vecchio vogliono però cambiare corso alla compagnia triestina con una strategia più espansiva, in grado si sostiene di riportare il gruppo ai grandi fasti in Europa, e con una forte spinta sul digitale. Galateri, ha replicato che «saranno i soci a decidere qual è la scelta migliore per Generali. Il mio compito è che le cose siano fatte in maniera rispettosa delle regole».

Nel mirino dei pattisti anche la vicinanza a Mediobanca che frenerebbe lo sviluppo, una critica evergreen nella storia del Leone dai tempi di Cuccia. Gli equilibri al momento sono noti. Mediobanca per prepararsi all’assemblea ha preso in prestito un pacchetto del 4,43% del Leone da aggiungere al suo 12,82%, arrivando al 17,25%. In parallelo, secondo le ultime comunicazioni ufficiali, il patto parasociale Caltagirone-Del Vecchio controlla il 16,133% del capitale dopo mesi di acquisti costanti. Il 23% del Leone appartiene ai piccoli investitori al dettaglio e il 34,75% a operatori istituzionali. In vista dello show down alla fine potrebbero così decidere i fondi esteri e i fondi pensione. Senza dimenticare il parterre dei "cassettisti" che sono cuore e pancia dell’azionariato triestino.

Donnet ha presentato al mercato un piano nel quale prospetta di qui al 2024 fino a 5,6 miliardi di dividendi e mettendo sul piatto fino a 3 miliardi per acquisizioni. Il Ceo può vantare da quando è alla guida una rivalutazione del titolo del 118% . Nel mirino per possibili shopping ci sono Europa e Asia, dopo l’acquisizione di Cattolica costata 1 miliardo. Ma i pattisti rilevano la distanza fra Trieste (30 miliardi di capitalizzazione) e le altre big europee: Zurich (56,2), Axa (62,1) e Allianz (83,2). 

p.fiumanò@gnn.it