La sfida dei Leoni, Donnet favorito nella resa dei conti fra le due cordate per il governo di Generali

L’alta partecipazione al voto intorno al 70% potrebbe sostenere la proposta del board uscente. Decisivi saranno i fondi internazionali

TRIESTE.  Un’affluenza al voto superiore al 70% che potrebbe significare una probabile vittoria della lista presentata dal cda uscente rispetto a quella messa a punto da Francesco Gaetano Caltagirone. I rumors della vigilia davano queste posizioni in campo, in vista del voto assembleare odierno, che vedrà in lizza anche una terza - di minoranza - promossa da Assogestioni. La lista 1, supportata da Mediobanca e De Agostini, vede come candidato al ruolo di group ceo Philippe Donnet (per lui si tratterebbe di una conferma) e per quello di presidente Andrea Sironi.

Quella promossa dal costruttore romano, e supportata anche da Leonardo Del Vecchio e Fondazione Crt, presenta come candidati alle posizioni di vertice rispettivamente Luciano Cirinà e Claudio Costamagna. Quest’ultima ha incassato l’endorsment last minute da parte della Cassa forense, che detiene circa l’1% delle azioni. Una mossa che ricalca quella fatta due giorni fa dai Benetton, i quali metteranno a disposizione la propria quota del 3,79% a sostegno di quella che viene considerata la lista in svantaggio con l’auspicio che una vittoria sul filo dei voti possa indurre i due schieramenti a scegliere una via conciliatoria anziché proseguire sul terreno dello scontro, anche aspro, che l’ha fatta da padrone nel corso degli ultimi mesi.

La lista 1 parte dal 18,7% in mano a Mediobanca (tra partecipazione diretta e prestito titoli) e De Agostini, mentre gli sfidanti sarebbero intorno al 23%. Ma non è escluso che i Caltagirone e Del Vecchio abbiano ulteriormente arrotondato le proprie quote negli ultimi giorni: l’unica certezza è che non sono saliti sopra il 10% a testa, soglia oltre la quale sarebbero stati tenuti a fare una comunicazione ufficiale.

Lo schieramento del duo Donnet-Sironi, tuttavia, ha già ottenuto l’approvazione di alcuni istituzionali, come Norges Bank (1,5% la quota con cui si era presentata all’assemblea dello scorso anno), Deka Investment, Fondazioni Casali, Union Investment, Florida SBA, British Columbia Investment Management e California Public Employees Retirement System (0,55%). Anche alcuni grandi proxy advisor hanno invitato gli azionisti a sostenere la compagine uscente.

Il piano industriale messo a punto a metà dicembre da Donnet prevede fino a 3 miliardi per nuove acquisizioni e 1,1 miliardi in trasformazione digitale che dovrebbe consentire di tagliare sensibilmente i costi. Nel piano è compreso anche il primo buy back dopo molti anni a Trieste per liberare capitale da investire. Quanto alla remunerazione dei soci, sono previsti fino a 5,6 miliardi di dividendi cumulativi in tre anni, una quota sensibilmente superiore ai 4,5 miliardi del piano 2019-2024.

Il piano presentato un mese fa da Cirinà concorda sul fronte dei dividendi, mentre prevede fino a 1,5-1,6 miliardi di investimenti in trasformazione digitale e tecnologica e un taglio di costi annui fino a 600 milioni di euro che interesserebbe la direzione centrale, a cominciare dai tagli alle retribuzioni dei top manager.

Quanto alle acquisizioni, si punta a mettere in campo fino a 7 miliardi, ricorrendo se necessario alla leva. I soci saranno chiamati a giudicare quale dei due piani può far crescere maggiormente il valore del titolo, e quindi appare più credibile. Non è detto che l’esito di oggi chiuda la contesa. Secondo rumors di mercato, in caso di distacco ridotto, non è escluso uno stascico legale. Inoltre Del Vecchio e Caltagirone, qualora dovessero soccombere, potrebbero portare lo scontro direttamente in casa Mediobanca, di cui sono entrambi azionisti (l’imprenditore agordino ha la maggioranza relativa, ma finora non è riuscito a incidere per il freno imposto dalla Bce) e che sarà chiamata a rinnovare i vertici nell’assemblea dell’autunno 2023. © RIPRODUZIONE RISERVATA