Il retroscena/Mediobanca, cosa c’è dietro al blitz di Caltagirone

Il blitz di Francesco Gaetano Caltagirone va letto come l’apertura di una partita volta a modificare i futuri assetti di Mediobanca con effetto a cascata su Generali? Il costruttore romano, uscito perdente dalla disfida per il rinnovo del cda del Leone aveva annunciato, nonostante l’esito, “Fin quando lo riterrò ragionevole, continuerò a operare perché il cambiamento avvenga”

MILANO. Il blitz di Francesco Gaetano Caltagirone va letto come l’apertura di una partita volta a modificare i futuri assetti di Mediobanca con effetto a cascata su Generali?

Il costruttore romano, uscito perdente dalla disfida per il rinnovo del cda del Leone aveva annunciato, nonostante l’esito, “Fin quando lo riterrò ragionevole, continuerò a operare perché il cambiamento avvenga”.

La mossa che porta Caltagirone al 5,499% di Mediobanca, dal precedente 3,043% dichiarato, risale al 27 aprile scorso, due giorni prima si chiudesse la partita per la governance del Leone. L’avanzata nel capitale, affermano fonti vicine al gruppo romano, avrebbe una logica di puro investimento finanziario, al pari di quello fatto in Anima. Piazzetta Cuccia ha, in fondo, un dividend yIeld (rapporto dividendo rispetto al prezzo dell’azione ndr.) superiore anche a quello di Generali.

Se non fosse un investimento dettato da queste logiche, ma un modo per iniziare a pressare un po’ su un nuovo campo di sfida, puntando alla contrapposizione con l’ad di Mediobanca Alberto Nagel, è certamente presto per dirlo. Inutile negare che in molti ritengono che il confronto si sposterà sulla direttrice da Trieste a Milano. Potrebbe avvenire per il rinnovo del cda di Piazzetta Cuccia, atteso nel 2023, o potrebbe avvenire prima. È pur sempre una questione di pesi.

Per portare il mercato a decidere contro Nagel, vista anche come è andata a Palazzo Berlam, servirà un pacchetto di mischia che stia attorno al 40%. La percentuale a sostegno del management, vecchio patto più supporti esterni, potrebbe essere tra il 16% e il 18%. In contrapposizione a Nagel c’è Del Vecchio, con il suo 19,4%. Fuori dal patto di consultazione che sostiene il management c’è infine il circa 2 per cento dei Benetton.