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Fuga da Piazza Affari. Da Atlantia a Cattolica i delisting a Nordest arrivano a 24,8 miliardi

Protagonista di questa tornata di addii è l’impero dei Benetton In controtendenza Illy pronta a quotarsi e Stevanato andata a Wall Street

Roberta Paolini
2 minuti di lettura

Il Nordest dei grandi capitali e delle grandi storie dice addio alla Borsa. In tutto lasceranno nei prossimi mesi il listino milanese gruppi industriali e finanziari per 24,82 miliardi di euro. Un valore monstre che però è influenzato dalla risistemazione del grande impero di Ponzano Veneto. Il principale addio, a livello italiano, è infatti quello di Atlantia.

Per la decisione dell’azionista di riferimento, la holding Edizione che fa capo alla famiglia Benetton, di proteggere la holding di infrastrutture da appetiti esterni. Una mossa che come ebbe a comunicare la stessa con la voce del suo presidente Alessandro Benetton serve a difendere il proprio investimento strategico e «continuare a concorrere allo sviluppo sostenibile del suo valore, mantenendo il radicamento italiano della società».

Visione industriale finalizzata anche ad un salto dimensionale decisivo ha invece l’operazione che porterà Autogrill e Dufry ad un matrimonio che avrà come esito finale l’addio alla Borsa della catena di ristoranti per chi viaggia. Frutto di operazioni straordinarie è pure l’abbandono del listino da parte di Cattolica, acquisita da Generali.

Mentre Cerved, circa 2 miliardi di capitalizzazione, non ha un capitale veneto ma una origine regionale straordinaria. Essendo stata uno dei primi data center ed è ad oggi, controllata dal fondo Cvc, una delle principale piattaforme italiane di elaborazione dati.

Nata nel 1974 come centro di elaborazione dati delle Camere di Commercio del Veneto, Cerved è cresciuta innovando e sviluppando nuovi business. Ha integrata via via alttre società: Centrale dei Bilanci, Lince, Databank, Finservice, Honyvem, Consit, Jupiter e Recus e poi nel 2014 si è quotata.

Al di là dei fatti di attualità la decisione di uscire dai riflettori del mercato è stata una scelta spesso assunta dal capitalismo familiare per cambiare rotta al proprio business, per attuare piani di rilancio o semplicemente perché i mercati finanziari avevano disatteso le aspettative nel valorizzare la società.

Una scelta presa da Gruppo Carraro (uscito dal listino il 6 agosto 2021)e prima ancora dalla trevigiana Nice o dagli stessi Benetton per il loro gruppo di abbigliamento. In questo contesto un esempio controcorrente è rappresentato da Illy caffé.

L’amministratore delegato Cristina Scocchia, grande esperienza internazionale prima a capo in Italia di l’Oréal e poi di Kiko, non ha mancato di sottolineare la volontà di procedere ad una quotazione del futuro. Anche se, con le ambizioni di sviluppo estero, non è per nulla detto che alla fine Illy sceglierà Milano. Chi può dirlo.

Un gruppo emergente e molto internazionale come Stevanato Group ha preferito Wall Street. Anche come segnale per i tantissimi clienti che serve, vale a dire maga conglomerati del comparto farmaceutico. EssilorLuxottica, benché l’ipotesi di una doppia quotazione anche a Milano non sia del tutto tramontata per quanto non all’ordine del giorno, all’indomani della fusione ha scelto Euronext Paris. Quotando da sola più di Unicredit, Generali e Mediobanca messe insieme.

Piazza Affari (Borsa Italiana da aprile 2021 fa Gruppo Euronext, prima Borsa europea) ha una capitalizzazione attorno ai 600 miliardi di euro, circa il 30 per cento del pil italiano, considerando però che da sole Eni ed Enel fanno all’incirca 100 miliardi.

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