La Cgia: con lo split payment le imprese finanziano lo stato

Questa misura, infatti, ha obbligato le Amministrazioni centrali dello Stato a trattenere l’Iva delle fatture ricevute e a versarla direttamente all’erario. Il meccanismo efficace nell’impedire che l’imprenditore disonesto non eroghi l’Iva  ha però provocato molti problemi finanziari alle imprese oneste

VENEZIA. Dopo gli industriali, anche la CGIA è fortemente risentita dello slittamento dello split payment fino al 30 giugno 2023. Decisione presa dal Governo Conte che nei giorni scorsi ha ricevuto l’avvallo da parte dell’Unione Europea. Lo split payment, ricordano gli artigiani mestrini, è stato introdotto nel 2015.

Questa misura, infatti, ha obbligato le Amministrazioni centrali dello Stato (e dal 1° luglio 2017 anche le aziende pubbliche controllate dallo stesso) a trattenere l’Iva delle fatture ricevute e a versarla direttamente all’erario. L’obbiettivo dichiarato era quello di contrastare l’evasione fiscale, evitando che una volta incassato il corrispettivo dal committente pubblico, l’impresa privata non versasse al fisco l’imposta sul valore aggiunto.

Il meccanismo, sicuramente efficace nell’impedire che l’imprenditore disonesto non eroghi l’Iva all’erario, ha però provocato molti problemi finanziari a tutti coloro che con l’evasione, invece, nulla hanno a che fare. Vale a dire la quasi totalità delle imprese che lavora per la PA.

“La nostra PA – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo - non solo paga con ritardi spesso ingiustificabili, ma quando lo fa non versa più l’Iva al proprio fornitore. Pertanto, le imprese che lavorano per lo Stato, scontano anche il mancato incasso dell’imposta che, pur rappresentando una partita di giro, consentiva alle imprese di avere maggiore liquidità per fronteggiare i pagamenti correnti. Altresì, con l’introduzione dello split payment, i fornitori si trovano a credito di Iva, in quanto l’imposta sul valore aggiunto che pagano quando effettuano gli acquisti di beni e servizi non è più compensata da quella incassata sulle fatture attive. Paradossalmente, con una dimensione di crediti Iva importanti, molte aziende continueranno per altri 3 anni a finanziare indirettamente lo Stato”.

L’efficienza dello Stato, anche nei pagamenti, costituisce un grosso problema che penalizza le imprese fornitrici delle Amministrazioni pubbliche. “Sebbene la puntualità dei pagamenti rimanga ancora una questione irrisolta – afferma il segretario Renato Mason - con i suoi 140 miliardi di euro di commesse all’anno, pari a circa l’8 per cento del Pil nazionale, la nostra Pubblica Amministrazione è la principale cliente di una parte importante delle imprese italiane. In termini assoluti, infatti, le aziende che lavorano per gli enti statali sono circa un milione. Complessivamente, tra mancati pagamenti, pari a 3 miliardi di euro, e opere pubbliche bloccate, attorno agli 8,6 miliardi di euro, stimiamo che la spesa pubblica bloccata in Veneto ammonti a 11,6 miliardi di euro. Una cifra spaventosa”.

In termini generali, comunque, la soluzione proposta dalla CGIA per risolvere l’eccessivo stock di debito commerciale accumulato dalla PA è quella di consentire la compensazione secca, diretta e universale tra i debiti dell’Amministrazione verso le imprese e le passività fiscali e contributive in capo a queste ultime. Grazie a questo automatismo potremmo risolvere questa cattiva abitudine in tempi ragionevolmente brevi.

La CGIA, infine, sottolinea che secondo i dati riportati dalla Corte dei Conti , si starebbe consolidando una tendenza in atto da alcuni anni che vede le Amministrazioni pubbliche puntuali nel pagamento delle fatture di importo maggiore e ritardare intenzionalmente la liquidazione di quelle di importo meno elevato. Una modalità operativa che, ovviamente, penalizza le piccole imprese che, generalmente, lavorano in appalti o forniture di importi nettamente inferiori a quelli “riservati” alle attività produttive di dimensione superiore.