Rischio default, a Nordest imprese più resistenti alla crisi

Secondo un rapporto del Cerved sono 115 mila le aziende a rischio fallimento in Italia nel 2021, ma in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige la percentuale è mezzo punto più bassa della media nazionale

UDINE - Sono 115mila, pari al 6% delle imprese attive, le aziende italiane a rischio default nel 2021. A rendere più concreto lo spettro del fallimento, naturalmente, gli effetti della pandemia, con una percentuale di esposizione al rischio in crescita di un punto, rispetto al 5,1% del 2020. Ma a Nordest il tessuto imprenditoriale mostra una capacità di resistenza leggermente più alta: tra le aziende di Fvg, Veneto, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna, infatti, la probabilità di default scende al 5,5%, pur risultando in crescita rispetto al 4,6% dello scorso anno. Questo il polso della nostra economia secondo il Credit Outlook del Cerved. Un’analisi, quella della società di rating, che individua anche buone prospettive di recupero del Pil (+4,3%), ma strettamente legate alla velocità della campagna vaccinale, e in particolare all’ipotesi di raggiungere l’immunità di gregge entro settembre. Ogni mese di ritardo rispetto a questo obiettivo, rileva il Cerved, farebbe lievitare il numero delle aziende a rischio, con una percentuale di default stimata al 6,4% nel caso in cui l’immunità fosse raggiunta solo a fine anno.

La premessa dell’outlook evidenzia i fattori di debolezza e di tenuta dell’economia globale, europea e nazionale di fronte all’emergenza economica, sottolineando il peso decisivo delle politiche monetarie delle banche centrali per scongiurare danni irreparabili all’economia e all’occupazione. E l’Italia, se da un lato sconta la crescita del debito pubblico, che per effetto delle misure anti Covid è schizzato al 154% del Pil (contro il 97% dell’area Euro), dall’altro ha visto rafforzarsi, visto il crollo dei consumi, la capacità di risparmio delle famiglie, il cui livello di indebitamento, di poco superiore al 40% del Pil, si attesa 20 punti al di sotto della media di Eurolandia. Tra le ombre la percentuale di giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, vicini ormai al 25%, un valore che ci mette al livello delle maglie nere europee Turchia e Montenegro, anche se la disoccupazione (9,6%) resta ancora molto al di sotto del picco toccato dopo la grande crisi (13%).

La sintesi del Cerved volge all’ottimismo, «l’Italia può farcela», non senza sottolineare però l’importanza del fattore tempo e di un impiego efficace dei fondi Next Gen, pena una crescita insostenibile dei livelli di indebitamento. Il rapporto riserva anche qualche sorpresa. In particolare nell’analisi del rischio default per settori. Se le prime due posizioni sono scontate, con una probabilità di fallimento stimata al 14,3% nel turismo, esattamente un’azienda su 7, e all’11,9% nella ristorazione, non ci si aspetterebbe di trovare al terzo posto le costruzioni, con l’8,7% di aziende considerate a rischio. A spiegare questa apparente anomalia, vista la vitalità di un comparto che sta anche beneficiando dell’effetto superbonus, il numero altissimo di aziende attive, quasi 750mila, con una forte presenza evidentemente di imprese deboli e sottocapitalizzate, non in grado quindi di sfruttare le potenzialità offerte dal mercato.