Ecco perché il progetto ItalComp non decolla, tra bassi profitti e promesse non mantenute

Da mesi deve partire il nuovo polo del compressore che salverebbe la Acc di Belluno, vi mostriamo i numeri del "business case" che evidenziano tutte le criticità

Belluno - Fatturato di 154 milioni di euro stimato nel 2025, margine operativo lordo inferiore ai nove milioni. Per arrivarci, serve cassa subito e un piano di investimenti da 50 milioni di euro. Ha senso, soprattutto per le banche, mettere denaro su una scommessa industriale che denaro non produrrà? Se si può riassumere lo stallo su ItalComp in una manciata di numeri, eccoli: sono quelli contenuti nel business case del piano di rilancio.

La salvezza nel decreto

Il progetto del nuovo polo italiano per la produzione di compressori per elettrodomestici, che dovrebbe unire e salvare la bellunese Acc di Mel e la ex Embraco di Chieri (Torino), è da mesi sul punto di decollare. Ma rimane puntualmente a terra. È un progetto coraggioso, vitale per l’occupazione di due territori distanti ma uniti nella speranza di rilancio (trecento dipendenti a Mel, erano 400 a Chieri) e al centro dei migliori propositi della politica. Promesse, ma non solo: nel recente “decreto sostegni” c’è una norma cucita su misura per ItalComp, che prevede la possibilità di diretta concessione di prestiti alle aziende con più di 250 dipendenti e un fatturato superiore a 50 milioni di euro. È tutto in quell’articolo 37: per il tramite di un fondo da 200 milioni di euro costituito presso il Mise, possono essere concessi finanziamenti anche alle imprese in amministrazione straordinaria. Proprio come nel caso di Acc, come ha esplicitamente sottolineato Federico D’Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento, che da bellunese gioca in casa e ci tiene alla partita.

I soldi subito

Tutto risolto? No. Perché nel “sostegni” le promesse sembrano esser state puntellate dai fatti, il quadro è bellissimo, ma manca la cornice: i tempi dei decreti attuativi prima che la carrozza ItalComp diventi e resti per sempre la zucca di Cenerentola. L’azienda ha bisogno di soldi, subito: la cassa della Acc è vuota praticamente da settembre, non viene pagato l’affitto industriale, i contributi Inail dei dipendenti, ora sono a rischio anche gli stipendi. Se salta l’ultimo anello, ovvero il pagamento dei fornitori che permette alla produzione di proseguire a pieno ritmo, viene giù tutto. E qui torniamo ai numeri e alle banche: basterebbe un prestito ponte in attesa dei soldi promessi dal Governo, ma chi li mette con la prospettiva di un business industriale che dovrebbe essere appena redditizio tra quattro anni? Le banche per intervenire hanno chiesto allo Stato garanzie che non hanno avuto, e la mano diretta governativa finora è stata frenata dall’Europa che stoppa gli aiuti di Stato. Ora che il decreto legge ha trovato la quadra, il tempo è scaduto.

Ultima spiaggia: le Regioni

Partita finita, e persa? La speranza è ancora viva, perché la partita è anche politica. Chi ha messo la faccia dando per fatto il salvataggio, può permettersi ora di cestinare tutto per una questione di pochi mesi di ritardo nel far arrivare i soldi? Sarebbe come tendere la mano a chi sta affogando e poi girarsi dall’altra parte quando ormai le dita si toccano. E qui, metaforicamente s’intende, rischiano di affogare settecento lavoratori e le loro famiglie. Una soluzione potrebbe arrivare tramite le finanziarie regionali, Veneto Sviluppo e FinPiemnonte. Già a inizio febbraio un incontro fra le due «ha avuto l’obiettivo di fare il punto e verificare lo stato di avanzamento del progetto industriale ItalComp, il polo nazionale del compressore, e di valutare in maniera congiunta e coordinata ogni forma di sostegno utile e possibile alla realizzazione dello stesso», aveva spiegato una nota. Ora la quadra potrebbe arrivare da qui, con un prestito ponte in attesa dei soldi del Mise.

Il piano di sviluppo

Fatturato a 154,3 milioni di euro, Ebitda a 8,77 milioni, pari al sei per cento del volume d’affari, flusso di cassa al netto delle spese in conto capitale pari a 5,7 milioni di euro: sono questi i numeri del business case. Più che un’azienda bicipite capace di produrre utili, ItalComp rappresenterebbe un piano di ricostruzione industriale e sociale, con la speranza di attirare investitori privati (aziende, in particolare fornitori) interessati a mantenere in Italia questa filiera che la Cina ha cannibalizzato, arrivando ad avere in mano oggi il 56% del mercato del settore, e un altro 35 per cento è diviso tra Giappone e Corea.

«Ampliare la gamma delle famiglie di compressori prodotti, così da poter coprire i bisogni dei clienti e penetrare mercati e nicchie che oggi non sono accessibili», si legge nel piano, «E sviluppare un’offerta per il light commercial derivata dai prodotti domestici», ovvero uscire dal solo mercato dei compressori per frigoriferi domestici, a minor valore aggiunto, per mettere il naso in quelli ad uso professionale. «Facendo leva su un prodotto di alta qualità, un consolidato know-how tecnico e produttivo nonché su una forte relazione con clienti di standing, il progetto ItalComp si propone di diventare un produttore integrato di compressori sia nel segmento domestico sia in quello light commercial».

A Chieri si farebbero i motori, con dieci milioni di euro da investire per una nuova linea, a Mel l’assemblaggio, e qui i milioni da investire per migliorare il prodotto sarebbero 40. «L’obiettivo in termini di produzione è 6 milioni di compressori – si legge infine nel piano – diventando il terzo polo sul mercato europeo per poi progressivamente rafforzare la propria presenza sul mercato globale. Lo sviluppo di ItalComp sarà basato su una filiera corta prevalentemente a vocazione italiana ed europea che possa garantire quei livelli di innovazione, qualità e flessibilità produttiva che rappresentano un vantaggio competitivo per i clienti di riferimento soprattutto in un contesto in cui la continuità di filiere lunghe sta dimostrando tutte le sue debolezze».