Parla il guru di Eataly Farinetti: "Tutti i negozi siano redditizi come Trieste, apriamo Londra e non abbiamo preso un euro di ristori"

«Benedetto il giorno in cui siamo venuti a Trieste, in un edificio straordinario sul mare nella più bella città d’Italia. Nel dramma di questi giorni ha vinto la cultura e il cosmopolitismo triestino» dice il fondatore della catena dell'enogastronomia e ristoranti made in Italy

TRIESTE. Oscar Farinetti, il guru fondatore di Eataly, alterna preoccupazione a momenti di speranza visionaria. Non c’è osservatorio più privilegiato dei 40 negozi Eataly nel mondo, da Trieste a Boston, per tentare di capire il mondo dei consumi e l’umore della gente al tempo della pandemia. Ma Eataly non si ferma. E il 20 maggio, annuncia Farinetti, sbarcherà a Londra dove per la prima volta dopo sei mesi non ci sono state vittime Covid.

Farinetti, nell’Italia della pandemia come ne sta uscendo Eataly?

«Dobbiamo essere realisti e  molto rigorosi nella gestione soprattutto in Italia. I nostri negozi dovranno essere tutti redditizi come quello di Trieste che assieme a Genova è stato quello che ha funzionato meglio in questi drammatici mesi. Benedetto il giorno in cui siamo venuti a Trieste, in un edificio straordinario sul mare nella più bella città d’Italia. Nel dramma di questi giorni ha vinto la cultura e il cosmopolitismo triestino».

Eataly Trieste, foto Andrea Lasorte

Il premier Draghi dice che bisogna tornare ad avere gusto nel futuro..

«Difficile fare previsioni. Il Paese non ha altra strada che accelerare nelle vaccinazioni perchè siamo in ritardo.  Pensi soltanto che tutti i nostri 3mila dipendenti nei negozi Eataly degli Stati Uniti, da Chicago a Dallas a Las Vegas, sono stati già vaccinati come tutte le persone che lavorano a contatto con il pubblico. E i nostri salumieri e macellai non hanno fatto eccezione. Dobbiamo fare presto anche in Italia».

Come ha reagito il mondo Eataly?

«Eataly va avanti con forza. Abbiamo un’immagine e un marchio di qualità importante. Siamo ambasciatori del cibo Made in Italy nel mondo e supereremo anche questa fase difficile.  Tuttavia siamo legati alle misure di contenimento della pandemia. I nostri ristoranti, molti chiusi di fatto da due anni a causa dei lockdown e delle zone rosse, sono la nostra attività fondamentale e di questo inevitabilmente risentiamo. La crisi pandemica comporterà comporterà per forza perdite di fatturato per Eataly, che stimiamo intorno al 28%, nonostante ci siamo difesi bene, anche con aumenti di capitale. Abbiamo reagito potenziando molto le vendite online ma non è sufficiente».

Eataly Trieste, foto Andrea Lasorte

Il Paese è il mondo devono ripartire. In Italia gli aiuti del governo sono sufficienti per sostenere l’economia?

«Una realtà come Eataly sembra non esistere per i nostri governanti e ciò mi addolora molto. Non abbiamo preso un euro di ristori da parte dello Stato perchè siamo al di sopra del limite di fatturato fino a 10 milioni fissato dal Decreto Sostegni. E tutto ciò nonostante sviluppiamo in questo Paese il 40% del nostro fatturato e qui acquistiamo il 95% dei nostri prodotti che poi esportiamo nel mondo».

Siete una catena presente in 15 Paesi. Come riaprire la ristorazione in sicurezza?

«Basta rispettare i distanziamenti e tutte le misure di sicurezza. Negli Usa tutti i nostri ristoranti sono stati riaperti anche se per rispettare le misure di distanzimento abbiamo ridotto del 60% i posti disponibili. Ci aiutano le abitudini degli americani che a New York, Chicago, Boston sono abituati a mangiare in tutte le ore della giornata. Per questo lavoriamo molto bene. Abbiamo già aperto il 9 dicembre a Dallas, in Texas, con successo. Lì i distanziamenti sono naturali per la presenza di grandi spazi».

Ci saranno nuove aperture?

«Il 20 maggio riapriremo a Londra in uno store di quasi 5 mila metri quadrati nella City all’uscita di Liverpool Station. Ci stiamo lavorando da tre anni. É un evento molto importante considerato che proprio in questi ultimi giorni la situazione dei contagi nel Regno Unito si è normalizzata».

E in Italia?

«Il 9 dicembre abbiamo inugurato a Torino Green Pea, 15mila metri quadrati di prodotti e servizi sostenibili nell’abbigliamento, settore mobile, energia».

La corsa all’e-commerce ha investito anche Eataly?

«In tutto il mondo la pandemia ha sviluppato molto le vendite online che oggi però valgono solo il 2% del mercato mondiale food. Nel caso di Eataly il fatturato derivato dall’e-commerce, con il mondo in lockdown, è raddoppiato dal 4 all’8% del fatturato ma non sono entusiasta perchè nel settore del cibo i ricavi sono ancora marginali. Le vendite online sono un mondo spietato che viaggia sui motori di ricerca orientati dalla ricerca del prezzo più basso. Le persone si aspettano di pagare meno un prodotto che in realtà per chi lo produce ha un costo superiore. Si distrae il consumatore con offerte effimere».

E allora quale sarà la strategia di Eataly?

«La crisi ci ha offerto l’opportunità di adattarci ma dobbiamo difendere a tutti i costi la nostra identità e la forza qualitativa del nostro marchio conosciuto in tutto il mondo. Dobbiamo essere capaci di garantire consegne puntuali mantenendo la freschezza dei prodotti durante le consegne. Stiamo studiando come attrezzarci per offrire una logistica puntuale e efficiente».

Il post-pandemia potrebbe essere più grave della pandemia stessa sul piano sociale. E un timore che lei nutre? Quando potremo ripartire?

«Non prevedo il futuro. Ultimamente non ne indovino una. Come dicevo il successo del piano di vaccinazione è fondamentale. Mi chiedo quando torneremo a riabbracciarci e a fare acquisti nelle nostre città. Ci sono diverse correnti di pensiero. C’è chi immagina quel giorno come un nuova Festa della Liberazione e chi invece pensa che questa abitudine a stare rinchiusi molti non la perderanno mai. Spero di no. Sono sicuro che i negozi Eataly quel giorno saranno un simbolo di rinascita e di ritorno alla normalità in tutto il Paese. Dobbiamo tornare a vivere una vita che sia una vera vita».