Giulio Pedrollo: "Dopo gli Stati Uniti ora guardiamo a Oriente"

I mutamenti nel contesto globale impongono sempre più alle imprese delle logiche di riposizionamento in ottica regionale. Così Giulio Pedrollo ha sulla scrivania diversi dossier aperti che riguardano ipotesi di sviluppo in molti scacchieri del mondo. Ma al centro delle riflessioni di Pedrollo c’è l’Asia: Far East, e appunto India.

VERONA. L’India nella meccanica è potenzialmente più competitiva della Cina. Non lo dice un indiano.  Lo dice Giulio Pedrollo, amministratore delegato dell’omonimo gruppo veronese produttore di pompe idrauliche, tra i fiori all’occhiello del Made in Italy del Nordest. Dopo l’acquisizione a dicembre 2020 del 70% della statunitense Superior Pump, la multinazionale di San Bonifacio guarda ora verso Oriente.

I mutamenti nel contesto globale impongono sempre più alle imprese delle logiche di riposizionamento in ottica regionale. Così Giulio Pedrollo ha sulla scrivania diversi dossier aperti che riguardano ipotesi di sviluppo in molti scacchieri del mondo. Nessuna nuova geometria di crescita può essere esclusa: Americhe, Europa, Medio Oriente (sia pure da tempo in tono minore). Ma al centro delle riflessioni di Pedrollo c’è l’Asia: Far East, e appunto India.

Come vede le prospettive nel subcontinente indiano?

“È un mercato enorme, con grandi potenzialità di sviluppo e una competitività che a tendere è addirittura superiore a quella della Cina, almeno nel comparto meccanico. Ha il vantaggio di possedere centri di ricerca avanzati e un elevato know-how. Certo, bisogna agire con la massima cautela perché non è un contesto facile da decifrare e in cui muoversi: chi deve investire in India deve tenere conto delle differenze di cultura. Mi spiego: ci troviamo bene con i cinesi perché sono efficienti e pragmatici, mentre in India non è tutto come sembra, a volte si soffre per la lentezza delle decisioni e per una burocrazia pesantissima. Però con tutte queste cautele bisogna comunque guardare con grande attenzione all’India sia come mercato locale che come a una nuova Cina da cui partire per sviluppare altri mercati”.

Una strategia di sviluppo internazionale non può prescindere dall’Asia?

“Essere presenti in Oriente è inevitabile, indispensabile. Perché la piattaforma cinese è fondamentale per raggiungere tutti i mercati dell’area che ci interessano. Che siano investimenti diretti o acquisizioni di quote di aziende già attive è ancora da valutare, ma oggi più che mai confermo che è un obiettivo realistico”.

Perché sottolinea “oggi più che mai”? Che cosa è cambiato in pochi mesi?

“Nulla che non fosse già visibile come tendenza, solo che ora ci appare sempre più veloce. La definirei non una contro-globalizzazione ma una regionalizzazione, una rimodulazione degli scambi che la pandemia ha reso esplicita. Chi produce in Europa deve concentrarsi sul mercato interno, e infatti sotto questo profilo Germania, Francia, Spagna e la stessa Italia stanno crescendo. Invece per il Covid i prodotti cinesi faticano ad arrivare, e questo danneggia sia i produttori cinesi che le multinazionali che in Cina producono. Poi ci sono stati recenti e fortissime complicazioni: trovare un container oggi è complicatissimo e molto costoso, i periodi di consegna si sono allungati tanto da incidere sulla competitività, come il blocco del canale di Suez ha reso drammaticamente evidente solo pochi giorni fa. Insomma, vengono a galla delle fragilità che rendono maturi i tempi per tornare a posizionarsi in un’ottica regionale: occorre presidiare da vicino i propri mercati”.

Quindi avverrà un drastico riposizionamento nel quadro della globalizzazione?

“Lo ritengo inevitabile. Un anno fa in piena emergenza Covid l’Europa era spiazzata, senza mascherine o respiratori prodotti in Cina, che non arrivavano perché la catena logistica era bloccata. Ricostruire una catena della fornitura vicina alle aziende è necessario di fronte a tanta variabilità. Le aziende europee devono avere una solida base locale pur mantenendo un accesso alla componentistica dall’Oriente. Aggiungo un elemento centrale: l’aumento globale delle materie prime oggi paradossalmente sfavorisce nel nostro settore proprio i cinesi, incidendo di più sui loro costi di produzione. In molti comparti ora il prezzo li rende meno competitivi dei produttori europei, e quindi meno interessanti. Cina e India inoltre devono sviluppare i loro mercati interni, diventando così più attrattivi per chi si fa avanti”.

Quali prospettive per Pedrollo negli Stati Uniti con l’operazione Superior Pump?

“Essere presenti oggi negli Stati Uniti ci ha aperto un mercato potenzialmente enorme e le prime mosse dell’amministrazione Biden lasciano sperare in buone prospettive anche per l’interscambio con l’Europa. Sarà interessante capire come intercettare la tendenza a una produzione più green e sostenibile, rivolta a consumatori già sensibili a questo tema come sono e saranno i nostri figli. Anzi, bisognerà pensare a dove fabbricare, alle regole per una produzione sostenibile, all’impatto ambientale dell’industria.

E in Medio Oriente?
“Le vendite si stanno riprendendo, sia pure lentamente. Ma non è possibile lavorarci con la necessaria tranquillità. Non solo per le tensioni politiche e sociali e le guerre aperte: nei fatti è insostenibile affrontare un mercato invaso da prodotti cinesi e copie contraffatte. È un vero e proprio terreno di scontro, nonostante alcuni sforzi di rinnovamento”.

In definitiva c’è un contesto mondiale nel quale è difficile prendere decisioni sicure.

“A dicembre, presentando l’acquisizione del 70% di Superior Pump negli Stati Uniti, avevo spiegato come il mercato si sia fatto sempre più imprevedibile e turbolento, e come anche la stessa globalizzazione oggi vada affrontata in un’ottica di maggiore flessibilità. Perché ci sono aree in forte sviluppo e zone che da tempo si sono indebolite. Le aziende si devono adattare a essere presenti ovunque in nuove forme, pronte a situazioni e circostanze in cui le uniche certezze sono la fluidità e la variabilità. In tutto ciò il Covid-19 è un catalizzatore e un acceleratore di dinamiche economiche e geopolitiche che non possiamo ignorare”.

E quindi che approccio serve?

“Oggi e sempre più nel futuro un imprenditore dovrà essere un lettore molto attento delle tendenze geopolitiche, per trovare i giusti partner e le aree nelle quali investire e crescere. Voglio spiegarmi con un esempio. Prendiamo il Myanmar, considerato a lungo un Paese in cui ipotizzare un insediamento, sicuro e solido. E ora è nel pieno di un sanguinoso colpo di stato. Il commercio, l’industria, l’economia per prosperare hanno bisogno di stabilità”.

E dove troviamo più stabilità?

“Oggi qual è nel mondo il posto in cui sappiamo di poter contare su queste basi? È l’Europa: pur con i suoi difetti e le sue inefficienze sotto gli occhi di tutti, davvero non c’è paragone”.